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Il paradosso dell’innovazione
può essere
un’occasione per l’Italia

 

Ma dobbiamo capire come
cambiare le regole del gioco


Un capitolo nel sesto rapporto del Censis
sulle risorse di informazione e comunicazione

marzo 2007

Giancarlo Livraghi
gian@gandalf.it


Disponibile anche in pdf
(migliore come testo stampabile – 18 pagine)




Che l’Italia sia arretrata, in molti aspetti del suo sviluppo culturale e nei sistemi di informazione e comunicazione, è cosa nota. È altrettanto chiaro che in tutto il mondo c’è un’evoluzione complessa e turbolenta, in cui non è facile identificare i percorsi più rilevanti e gli sviluppi più significativi. Il molteplice teatro delle apparenze, con un disorientato proliferare di interpretazioni spesso superficiali e di ipotesi azzardate, rende ancora più confusa l’analisi di ciò che sta accadendo.

I problemi dell’informazione e della comunicazione sono travolti da una confusione di ruoli. Sono parte dello spettacolo cui si assiste e su cui si discute. Ognuno è, al tempo stesso, attore e osservatore, protagonista e spettatore di una rappresentazione senza regia e senza un soggetto coerente. (Vedi Il problema dell’idolatria).

La “spettacolarizzazione” del problema contribuisce alla sua complicazione. Le “luci della ribalta” agiscono come lampade stroboscopiche incrociate, che con i loro ritmi intersecati hanno un effetto accecante. Ha poco senso chiederci se sia un “bene” o un “male”. Ma è necessario capire che stiamo vorticosamente girando in questo turbine – e che difficilmente le vie d’uscita si trovano con un processo lineare.

Se il problema italiano, in generale, è noto, un contributo interessante viene dagli studi del Censis. Fin dal primo, che aveva messo in evidenza le differenze fra i “meno abbienti” di informazione, prigionieri di una cronica scarsità di risorse, e i “più ricchi” travolti da una crescente “abbondanza” in cui è sempre meno facile orientarsi. Ci ha offerto poi una verifica dei cambiamenti avvenuti in quattro anni – cui ora si aggiunge questo confronto internazionale, che traccia un quadro impietoso della nostra arretratezza.

Continuare una “rincorsa” passiva, cercando di “adeguarci” ai livelli di altri paesi, sarebbe un errore, per tre motivi. Il primo è che in quel modo resteremmo perennemente indietro. Il secondo è che nessuno oggi è in grado di offrirci un “modello ideale” cui ispirarci per imitazione: la turbolenza e la confusione imperversano in tutto il mondo.

Il terzo, e il più importante, è che il concetto di “innovazione” dev’essere fondamentalmente rivisto. Non tutto ciò che è (o sembra) “nuovo” è necessariamente meglio. Alcuni dei progressi più interessanti si possono ottenere con percorsi meno asserviti all’apparenza – e più consapevoli di come i migliori risultati si ottengano con una efficace mescolanza di nuove risorse e di utili esperienze del passato.

Su questo tema ritornerò alla fine. Ma prima mi sembra opportuno un breve accenno all’evoluzione storica – e qualche annotazione sulla situazione delle varie risorse di cui disponiamo.

Due grandi cambiamenti di cui la situazione attuale è il frutto non sono molto recenti. (Vedi Cenni di storia dei sistemi di informazione e comunicazione).

Il primo è stato, più di cinquecento anni fa, il metodo organizzato di stampa che ha reso possibile una larga diffusione dei libri e di quelli che si chiamavano “giornali” anche se all’inizio non uscivano tutti i giorni (solo due secoli più tardi divennero quotidiani). Se è vero che la tecnologia fu messa a punto in Germania, in quello sviluppo l’Italia è stata protagonista. L’arte di “fare libri”, cioè l’editoria, nacque il larga misura per opera di italiani – in particolare di un veneziano, Aldo Manuzio. Un’evoluzione che è intimamente parte di quella fertile stagione culturale che chiamiamo Rinascimento (o Umanesimo – un concetto che ha molto da insegnarci nella situazione di oggi).

L’altro fondamentale cambiamento cominciò fra centosessanta e centotrenta anni fa, con le prime applicazioni derivanti dall’uso dell’energia elettrica (che ora è diventata elettronica – con conseguenze complesse, come vedremo più avanti). Il telegrafo nel 1844, il telefono nel 1887. E poi nel ventesimo secolo la radio e la televisione. Questa comunicazione “istantanea” ci è oggi così abituale che fatichiamo a immaginare quanto fosse diversa la situazione in tutta la precedente storia dell’umanità. Ma, per quanto abituati, non abbiamo ancora capito bene come gestire le risorse di cui oggi disponiamo.

In questa nuova fase l’Italia non è stata protagonista. Può essere vero che Antonio Meucci ha inventato il telefono, ma il fatto è che lo sviluppo è avvenuto in America. E se è stato Guglielmo Marconi a realizzare il “telegrafo senza fili”, ha dovuto però andare fuori dall’Italia per trovare le risorse necessarie.

In varie fasi l’Italia non è stata lenta ad adeguarsi. Per esempio la radio e la televisione si sono sviluppate da noi negli stessi anni in cui hanno cominciato a diffondersi in Europa. E anche in sviluppi più recenti non siamo stati particolarmente in ritardo. Ma “adeguarsi” non basta, dobbiamo imparare a guardare oltre, a non seguire solo l’esempio degli altri.


La televisione

Se l’Italia appare dominata dalla televisione non è perché la usiamo più degli altri. È perché troppi di noi hanno una scarsa gamma di risorse. Cioè non siamo “ricchi” di televisione, siamo “poveri” di tutto il resto (più precisamente, in quello stato di privazione si trova una parte troppo grande della popolazione italiana).

Siamo anche, in particolare, troppo prigionieri della televisione “generalista”. C’è un circolo vizioso per cui manca un’offerta di risorse meno banali e meno omogenee, ma manca anche la domanda, perché è difficile cambiare abitudini. Il fatto chiaro è che sarebbe desiderabile una disponibilità di risorse molto più differenziate e significative. Le tecnologie ci sono, il problema sta nelle capacità umane. Chi fa televisione dovrebbe imparare un nuovo mestiere, diverso da quello praticato da cinquant’anni. Chi la guarda dovrebbe scoprire nuove capacità di scelta. Ma qui abbondano i condizionali. Gli sviluppi tecnici, se liberati da freni e pastoie, possono essere veloci. Le evoluzioni culturali sono una cosa completamente diversa.

Naturalmente gli esperimenti ci sono. Qualche “canale” un po’ diverso offerto qua e là da una televisione satellitare che è, in gran parte, una banale ripetizione della stessa zuppa offerta dalle emittenti tradizionali. Alcuni esperimenti “su piccola scala”, anche attraverso l’internet (e addirittura il telefono cellulare) che possono comprendere qualche scintilla interessante, ma finora non sono stati capaci di infrangere lo schema (per non parlare di alcuni fenomeni di sconcertante barbarie, quando giocattoli male imparati diventano infantilismo criminale).

C’è anche, ovviamente, il problema che la televisione (non solo in Italia) è considerata uno strumento di potere. Anche in questo c’è un circolo vizioso. Il potere si serve della televisione e ne è, a sua volta, asservito. La cosa è tutt’altro che nuova. Il controllo dell’informazione, fin dai tempi delle caverne, è sempre stato un modo per esercitare il potere – ed è sempre stato condizionante per gli stregoni che (anche quando non sono “apprendisti”) diventano prigionieri dei loro sortilegi. (Vedi La stupidità del potere).

Far nascere più ampi spazi di libertà e diversità è, ovviamente, una buona idea. Ma non basta. C’è un sostanziale problema di qualità e di contenuti. C’è soprattutto un problema di cultura e di valori umani, che non si risolve né con le tecnologie, né con le leggi o altri interventi “dall’alto”.

Non ci sono formule magiche o ricette miracolose per risolvere un problema come questo. Può essere utile, naturalmente, imparare da esempi che si possono scoprire in giro per il mondo. Ma soprattutto occorre stimolare un “brodo di cultura” da cui possano nascere nuovi sviluppi. E badare con un po’ più di attenzione alle lezioni del passato, recente o remoto – almeno per evitare di ripeterne i più stupidi errori. Oggi le tecnologie sono diverse, le abitudini sono cambiate. Ma l’umanità è intrinsecamente la stessa.


La radio

Devo confessare che mi ha un po’ sorpreso constatare, in questa ricerca del Censis, un minor ascolto della radio in Italia rispetto a paesi dove non manca un’ampia diffusione di altre risorse. Ma si conferma che rimane comunque al secondo posto, dopo la televisione, fra i “mezzi di comunicazione di massa” – in Italia come altrove.

Chi, nei decenni scorsi, pensava a un declino della radio ovviamente sbagliava. Ma il futuro è incerto. L’uso della radio per ascoltare musica è insidiato dalla crescente diffusione di aggeggi che permettono a ciascuno di farsi un ampio repertorio musicale. Anche come fonte di notizie può subire la concorrenza dell’internet, che offre più ampie possibilità di scelta e (per chi lo vuole) di approfondimento. E anche (benché la cosa sia un po’ bizzarra) del telefono cellulare, che nella sua sfrenata proliferazione di proposte cerca di invadere anche questo territorio.

Ogni tentativo di “profezia” sarebbe azzardato. Ma il fatto che la radio mantiene un alto livello di ascolto in altri paesi, ancor più che in Italia, dimostra la sua vitalità. Anche in questo caso, credo che l’esigenza più importante sia una maggiore e più interessante diversità (e “specializzazione”). In molte cose la radio ha tracciato la strada che poi è stata seguita da altri (in particolare dalla televisione). Sarà in grado di farlo anche questa volta?

Non lo so. Ma una cosa mi sembra chiara. Giova ripeterlo: la chiave della soluzione non sta nelle tecnologie, ma nella cultura e nei valori umani.


Il telefono

Forse qualcuno si scandalizzerà, ma vorrei partire dal concetto che un telefono è un telefono. Mobile o fisso, è lo stesso strumento. Che sia portatile è un’ovvia comodità. Ed era palese, anche molto prima che si diffondesse l’attuale epidemia di “cellulite”, che presto o tardi avremmo avuto telefoni “portatili”. Un ragionevole punto di arrivo di tutta questa evoluzione è che il sistema diventi seamless, cioè “senza cuciture”. (Vedi Quando le cuciture saranno invisibili). Così ognuno ha un numero di telefono (o più di uno se vuole separare le sua reperibilità – per esempio, ma non solo, “casa” e “ufficio”). E se ne serve, come e quando gli conviene, su una linea “fissa” o “mobile”.

Questa è una soluzione oggettivamente semplice – e, da parecchi anni, tecnicamente possibile. Se si è andati su altri percorsi non è perché siano i più utili, ma perché la compagnie telefoniche hanno spinto molto aggressivamente una grande varietà di proposte, per conservare gli enormi profitti che derivano da una precipitosa diminuzione dei costi cui non corrisponde un’adeguata riduzione delle tariffe.

Si tratta di quello che Scott Adams, dieci anni fa, aveva definito confusopoly (nel suo interessante libro The Dilbert Future – Thriving on Businesss Stupidity in the 21st Century – 1997). Che cos’è un “confusopolio”? È un oligopolio in cui si fa una gran confusione per evitare una concorrenza che porti a una seria riduzione dei prezzi. Il caso della telefonia non è l’unico, ma è fra i più evidenti.

Intendiamoci: nessuna pressione pubblicitaria o promozionale può indurre un gran numero di persone a comprare cose che considera inutili o indesiderabili. Quindi se la molteplicità di funzioni della telefonia mobile ha avuto successo, vuol dire che a qualcuno piace avere quelle cose. Ma rimane un fenomeno bizzarro. Vedremo, negli anni, quali degli infiniti possibili usi di un apparecchio di quel genere diventeranno un’abitudine consolidata e quali saranno dimenticati come mode passeggere.

Ma intanto i cellulari, che all’inizio erano una pratica comodità, stanno diventando un’ossessione. Un eccesso di “reperibilità” crea la necessità di difese. Il risultato è che molte persone diventano irreperibili (e contemporaneamente sono in perenne nevrosi perché, nonostante gli ostacoli che cercano di frapporre, subiscono esagerate invasività). (Vedi La congestione comunicativa).

Che un telefono (mobile o fisso) possa accendere il riscaldamento, fare il caffè, collegarsi con un computer e mandare automaticamente gli auguri alla zia per il suo compleanno... è possibile anche con tecnologie non particolarmente complesse. Ma quella farraginosa molteplicità di funzioni è davvero desiderabile?

Non è difficile fare in modo che un frigorifero telefoni a un negozio per ordinare il latte, o che una lavatrice compri il detersivo o chiami automaticamente la manutenzione. Ma è ragionevole infilarsi in una simile congerie di automatismi? Più le tecniche si complicano, più si moltiplicano le possibilità di guasti e di errori. Abbiamo già visto molte conseguenze di fenomeni di quella specie. Molte comiche, parecchie preoccupanti, alcune tragiche. Speriamo che si faccia strada un po’ di buon senso, prima che a risvegliare la coscienza collettiva sia qualche inaspettata catastrofe. (Vedi La stupidità delle tecnologie).

Il “primato” italiano nell’uso dei cellulari non è un segnale di progresso. Ha un valore positivo: dimostra che siamo capaci, se e quando vogliamo, di “abbracciare” rapidamente una nuova tecnologia. Ma, per il resto, non è gran cosa. La sua origine sta nell’arretratezza: eravamo meno evoluti di altri paesi europei nell’uso della telefonia fissa. Abbiamo rimediato “saltando” direttamente ai cellulari. (Qualche altro “salto”, in altre direzioni, potrebbe essere desiderabile – ma di questo riparleremo nelle osservazioni conclusive).

L’Italia non è stata e non è protagonista in questo sviluppo. Le tecnologie si sono evolute altrove, gli apparecchi sono prodotti all’estero, le maggiori imprese che offrono servizi sono straniere – di italiano c’è soprattutto un grosso e degradato “ex monopolio” i cui problemi gestionali e funzionali sono ancora più profondi e più complessi di quelle preoccupanti vicende che vediamo “all’onore delle cronache”.

L’Italia non è mai stata, del resto, il paese nel mondo (o in Europa) con la maggiore diffusione di telefoni cellulari rispetto alla popolazione. E ora, anche dove la diffusione era stata meno veloce, la situazione tende a livellarsi. Insomma si tratta di gestire bene, senza troppi ghiribizzi, uno sviluppo ormai “maturo” – e di badare con maggiore attenzione alle aree in cui siamo più deboli.


I libri

Di “morte della carta stampata” si parlava, parecchi anni fa, pensando al rischio di una distruzione fisica. I libri stampati su carta “antica”, fatta con gli stracci, hanno dimostrato di durare nei secoli. Ma si diceva che alcuni tipi di carta più recente, prodotti in modo diverso, si sarebbero sbriciolati, trasformando milioni di libri in mucchietti di polvere. Per fortuna non è accaduto (semmai a rompersi non è la carta delle pagine, ma il cartoncino di alcune rilegature di quel periodo).

Ma il tema, naturalmente, è un altro. Con lo sviluppo dei supporti elettronici, si diceva, la carta ha i giorni contati. Finora non è accaduto. Le cartiere sono in crisi non per mancanza di richiesta, ma, al contrario, per la difficoltà di produrre carta in quantità sufficiente. Non solo per la stampa di libri e giornali, ma anche per il forte consumo delle stampanti collegate ai computer.

Di ciò che può accadere nel caso dei giornali parleremo più avanti. Per quanto riguarda i libri, la carta non è in crisi. La produzione continua ad aumentare. Se un giorno un altro ipotetico materiale sostituirà la carta, vedremo quanto sarà valido e comodo. Ma anche se fosse prodotto in modo diverso un libro sarebbe sempre un libro.

Devo confessare la mia soggettività su questo tema, perché sono afflitto da inguaribile bibliofilia. Ma non credo che i miei gusti personali mi stiano annebbiando la mente. I libri sono e rimangono un pilastro fondamentale della nostra cultura. L’abitudine di leggere è, oggi più che mai, una base della salute mentale e della crescita umana e civile.

C’è un modo in cui l’elettronica ha influito sull’editoria. Oggi stampare un libro è molto più facile e molto meno costoso. Si può raggiungere il “pareggio” di costi e ricavi vendendo poco più di mille copie. Questo, in sé, è un progresso. Ma le conseguenze possono essere preoccupanti. Se nel 1680 Gottfried Leibniz si preoccupava di “un’orribile massa di libri che cresce incessantemente”, che cosa direbbe oggi?

La parte più impegnativa e costosa nella produzione dei libri non è la stampa, ma la cura editoriale. Scelta dei testi, redazione, impaginazione, verifica critica dei contenuti e dello stile. Cose che consumano il bene più prezioso: le risorse umane. Risparmiare su quelle (come molti editori fanno) vuol dire perdere qualità. Oggi molte case editrici sono diventate “librifici” di serie, che pubblicano troppi titoli con troppo poca attenzione. E molte librerie sono diventate supermercati senza criterio né cultura.

Che ci siano tanti libri di discutibile qualità è un problema inevitabile – e non è una novità (non sappiamo quali fossero i libri la cui diffusione preoccupava Leibniz, ma non è difficile immaginarlo). C’erano allora, come ci sono oggi, alcuni bestseller che meritano il successo, ma altri (troppi) che sarebbe stato meglio non stampare. Ovviamente ogni specie di censura o di “dirigismo” culturale sarebbe inconcepibile e ingiustificabile. Ma il fatto è che anche i più “poveri” di informazione, se decidono di leggere un libro, si trovano in difficoltà davanti a un’offerta sovrabbondante e confusa.

Alcune iniziative promozionali hanno avuto, e continuano ad avere, un notevole successo. Come quella dei libri venduti in edicola insieme a quotidiani o periodici. Anche questa non è un’idea italiana (è nata in Francia). La sua diffusione è dovuta al desiderio di profitto: quelle iniziative danno un notevole contributo al guadagno degli editori. Ma contribuiscono anche alla diffusione dei libri.

Che siano buoni testi e buone edizioni (lo sono abbastanza spesso – ma non sempre) è importante, ma ciò che conta è soprattutto un fatto brutalmente quantitativo: così ci sono più libri in giro e aumenta la probabilità che a qualcuno venga la voglia di leggerli. Si potrebbero immaginare altre iniziative, come per esempio regalare alle biblioteche scolastiche i libri che gli editori e i distributori decidono di togliere dal catalogo e dal magazzino. Ma chi decide quali meritano di sopravvivere e quali, invece, è meglio mandare al macero?

Questo studio del Censis ci dice che l’Italia è all’ultimo posto, per lettura dei libri, fa i cinque paesi considerati. Da altre fonti sappiamo che è molto arretrata anche rispetto alla maggior parte dei paesi europei. E il confronto non è con situazioni particolarmente brillanti. Anche in altri paesi la lettura “abituale” di libri è abbastanza scarsa.

Un dato interessante è che l’uso di “nuovi sistemi” di informazione e comunicazione non coincide con una minore lettura di libri, ma accade il contrario. Cioè nei confronti internazionali, come nell’analisi dei comportamenti all’interno di ciascun paese, vediamo più lettori di libri fra le persone che usano l’internet (e viceversa).

Il problema centrale sta nelle capacità culturali. Possono essere discutibili, per problemi di metodologia, le ricerche che cercano di misurare il livello di “semialfabetismo”, cioè di inadeguate competenze nel leggere e scrivere. (Vedi Analfabetismo). Ma il fatto è reale – specialmente in Italia. E non riguarda solo le fasce più deboli (tipicamente, per esempio, persone oggi anziane che da giovani avevano avuto un percorso scolastico troppo breve).

Nonostante la gravità dei sintomi, non è ragionevole pensare che si tratti di un intenzionale complotto di “untori” culturali. Non mancano nella storia, e ancora oggi in troppe parti del mondo, esempi di come il potere tenga intenzionalmente il popolo nell’ignoranza, per meglio poterlo asservire alla sua volontà. Ma non è questa la situazione prevalente oggi in Italia. Il malessere della nostra cultura è una malattia endemica, non un veleno intenzionalmente diffuso da qualche perverso inquinatore.

Accade, tuttavia, che la cultura dominante sia infetta dallo stesso contagio. C’è un “circolo vizioso” in cui chi dovrebbe alzare il livello tende ad abbassarlo, per “adeguarsi” alla presunta stupidità di chi legge o ascolta – e così diventa sempre più stupido, in una cronica spirale di degrado. (Vedi Il circolo vizioso della stupidità). E questo non accade solo nei mass media, ma anche nelle sedi istituzionali di formazione della cultura – per esempio nelle scuole di ogni ordine e grado.

Non solo qualche mia sconcertante esperienza personale, ma anche ciò che spesso sento dire da chi è quotidianamente impegnato nell’insegnamento, conferma una preoccupante frequenza di tesi di laurea scritte in un italiano inaccettabile e basate su una incompetente lettura delle fonti. E accade un po’ troppo spesso che non solo gli studenti, ma anche i professori non siano all’altezza del loro ruolo.

Anche su questo ritornerò nelle osservazioni conclusive. Ma intanto credo che sia necessaria qualche annotazione sul valore della parola scritta.


Il ruolo insostituibile della parola scritta

La nascita della scrittura, cinquemila anni fa, è un pilastro fondamentale nello sviluppo delle culture umane. Sarebbe insensato, oggi, degradarla a un ruolo secondario.

C’è sempre stato, ed è naturale che continui, anche un uso importante della comunicazione “audiovisiva” (pittura, scultura, musica, teatro, millenni prima che nascessero il cinema e la televisione). Ma non a scapito del ruolo fondamentale, e insostituibile, della lettura e della scrittura. È preoccupante constatare come ci siano giovani che non sono ignoranti, né sciocchi, ma si bloccano davanti a un foglio bianco, o alla tastiera di un computer, quando devono scrivere qualcosa di un po’ più impegnativo di un sms. (Ovviamente non tutti, giovani o non, hanno questa difficoltà, ma il problema ha una diffusione preoccupante).

Nella seconda metà del secolo scorso sembrava che la parola scritta fosse in declino, con il crescente potere della televisione (e una più ampia diffusione del telefono). Per fortuna così non è stato (è continuata la diffusione di libri e giornali– e anche della corrispondenza, personale o di lavoro). E poi c’è stata, con la crescita dell’internet, una forte riscossa della scrittura.

Naturalmente con la rete si possono trasmettere e scambiare anche altre cose. Ovviamente software, dati, calcoli e ogni sorta di risorse tecniche o scientifiche. Anche immagini, musica, video. Ma ciò significa che la parola scritta è in declino anche nella rete? No. Rimane fondamentale. Come ha osservato recentemente uno dei migliori studiosi internazionali sull’argomento, Gerry McGovern, che in un articolo dell’8 gennaio 2007 (Vedi Il valore del testo scritto) osserva: «Se quindici anni fa un giornalista vi avesse chiesto di predire che cosa sarebbe successo nel 2007, che cosa avreste detto? Gli avreste spiegato che milioni di giovani avrebbero usato con disinvoltura una specie di stenografia (sms) e che milioni di persone si sarebbero messe a tenere un diario (blog)?». [Sulla moda dei blog ho qualche perplessità. Vedi Blogologia in ../offline/blog.pdf].

«La parola scritta – continua McGovern – non ha mai avuto un ruolo così fondamentale nel nostro modo di vivere, lavorare e divertirci. La rete si evolve, certo, ma la sua base è la parola scritta». E alla fine conclude: «Oggi, nel 2007, vediamo la parola scritta al vertice della sua potenza».

Ma... se è vero che la parola scritta ha, oggi più che mai, un ruolo dominante, c’è una domanda che non ha una risposta facile. La sappiamo usare? Saper leggere e saper scrivere non è importante solo per chi lo fa di mestiere. È necessario anche in molte altre attività umane. Ed è una qualità, oggi, troppo poco coltivata. (Vedi Ma sappiamo leggere e scrivere?). Anche questo è un argomento su cui ritornerò alla fine, perché è un elemento importante nella competitività del nostro paese, e della nostra cultura, in un sempre più complesso e impegnativo sistema di comunicazione internazionale.


La stampa quotidiana e periodica

Di “morte della carta stampata” si parlava, nel caso specifico dei giornali, fin da quando, quattordici anni fa, comparvero le prime edizioni online di quotidiani. Finora non è accaduto. Si continuano a stampare giornali e riviste, le edicole sono più che mai affollate di una molteplicità di proposte, con una proliferazione di testate (spesso effimere) e offerte di ogni specie (non solo libri, ma anche dispense, opuscoli, oggetti e aggeggi di ogni specie). Come per i libri, anche la lettura di giornali e riviste è più diffusa in quei paesi (e in quelle categorie umane) dove è più concentrato l’uso di altre risorse.

Ora qualcuno ritorna sull’argomento. Per esempio il New York Times ha dichiarato recentemente che forse fra dieci anni non uscirà più in edizione “cartacea”. Dieci anni sono lunghi... fare previsioni su questo genere di argomenti è molto azzardato (come dimostra il fallimento di quasi tutte le “profezie” fatte negli anni o decenni scorsi). Intanto il fatto è che molte testate sono disponibili in tutti e due i modi: su carta e in rete. Con una differenza evidente per quanto riguarda l’aggiornamento delle notizie, che nelle edizioni stampate si può fare solo una volta al giorno (o alla settimana, o al mese) mentre online può essere “istantaneo”, mettendosi così in concorrenza con la radio e la televisione.

È vero che alcuni, già oggi, hanno smesso di comprare il giornale in edicola o in abbonamento – e si limitano a leggere le edizioni online. Ma si tratta, finora, di un fenomeno limitato. Anche se tutte le persone abituate a usare la rete lo fanno, talvolta, quando nel hanno bisogno – per esempio se cercano un articolo pubblicato su un giornale che abitualmente non leggono. Cosa che in alcuni casi è facile ed efficiente, in altri no, perché alcune testate online sono ben fatte, altre fastidiosamente complicate, farraginose e difficilmente percorribili.

Il quadro, evidentemente, si complica. Con forti possibilità, finora in gran parte insoddisfatte, di specializzazione e di servizi “su misura”. Quarant’anni fa avevo visto, negli Stati Uniti, la presentazione di un sistema che avrebbe permesso di trasmettere i giornali direttamente ai lettori, stampandoli nelle loro case, e offrendo a ciascuno la possibilità di scegliere gli argomenti che preferiva. Se era possibile con le tecnologie di allora, è teoricamente molto facile oggi. Se non si è attuato non è perché sia tecnicamente difficile, ma perché è umanamente complesso. Sono falliti anche i molteplici tentativi, sviluppati una decina di anni fa, di offrire in rete “rassegne stampa” personalizzate. Perché gli automatismi funzionano male e i tentativi di “indovinare” le preferenze di ciascuno portano spesso a risultati più grotteschi che utili.

L’abbondanza e la complessità dell’offerta pongono al lettore due problemi. Uno è saper leggere. L’altro è saper trovare. Le risorse (anche se non sempre ineccepibili) ci sono. Ciò che manca è l’addestramento, più culturale che tecnico, a saper scegliere e saper capire. Era un problema serio ai tempi in cui si pensava che l’immaginaria biblioteca di Don Ferrante potesse raccogliere tutto lo scibile umano in qualche centinaio di libri. Ma ha assunto una diversa prospettiva, e una enormemente maggiore complessità, nel “mondo connesso” di oggi dove la disponibilità di cose da leggere supera le dimensioni della mitica Biblioteca di Alessandria e si avvicina all’inesplorabile infinità della Biblioteca di Babele immaginata da Jorge Luis Borges. Si può trovare “quasi” tutto. L’importante è imparare come si fa.

Intanto è accaduto un fatto interessante. Fra i migliori repertori online di notizie, informazioni e commenti, su scala internazionale, ci sono quelli di due emittenti televisive: l’americana Cnn e la britannica Bbc. (Non è un caso che la Cnn, nel promuovere questo suo servizio, abbia fortemente proclamato l’insostituibilità della parola scritta – affermazione particolarmente interessante per il “pulpito” da cui proviene, anche se è opportuno ricordare che quell’emittente è specializzata nel campo giornalistico e fa parte di un gruppo fortemente consolidato nel mondo della carta stampata).

Perché proprio loro? Può dipendere dal fatto che importanti redazioni televisive (o radiofoniche) sono più abituate a gestire informazione “immediata”. Certamente si basa su forti risorse giornalistiche. Ma c’è anche un evidente impegno a gestire bene le particolari esigenze della comunicazione online – e a dare una forte prevalenza ai contenuti a scapito di quei balordi sovraccarichi “cosmetici”, o sciagurate complicazioni tecniche, che rendono molti siti fastidiosamente inefficienti.

Insomma il campo della concorrenza si è aperto e offre molti nuovi percorsi. Ma occorre evitare di cadere nell’errore, purtroppo diffuso, di considerare prevalenti le risorse tecniche o le presunte “convergenze” basate sulle “piattaforme” tecnologiche. (Vedi Le due facce della “convergenza” e Il mito della convergenza). Un buon cuoco non usa un “coltello svizzero”, ma sa come scegliere nell’arsenale degli arnesi quello più adatto a ogni fase di preparazione di una specifica ricetta. Le competenze umane e la qualità del servizio sono l’asse centrale. Le tecnologie sono solo strumenti.

L’Italia, ci conferma questo studio del Censis, è all’ultimo posto fra i cinque paesi per la lettura dei quotidiani (il quadro è un po’ diverso, ma comunque non brillante, nel caso dei periodici). Sappiamo che è arretrata anche rispetto a molti altri paesi (non solo europei). Né il successo dei quotidiani “gratuiti”, né la furibonda proliferazione di testate periodiche, hanno risolto il problema. Molteplici iniziative promozionali (non solo i libri “in abbinamento”) sostengono la diffusione oltre il livello che i giornali avrebbero se si basassero solo sull’interesse dei lettori.

Sappiamo che l’offerta non è sempre di qualità. Ci sono giornali che esistono solo per raccogliere sovvenzioni elargite da qualche “benevolo” potere. Anche nelle testate più forti molti contenuti sarebbero migliorabili. Sulla qualità dei testi, e del modo in cui sono proposti, c’è ancora molto da fare. Ma rimane una scarsa disposizione alla lettura da parte di troppi italiani – e questo è un problema fondamentale, più importante di qualche copia in più o in meno venduta in un’edicola o in un supermercato o diffusa gratuitamente nelle stazioni della metropolitana o all’ingresso dei bar.


L’internet

L’uso della rete sta crescendo anche in Italia. Il quinto rapporto del Censis, che analizzava il confronto a distanza di quattro anni, dal 2001 al 2005, rilevava un forte aumento. Ma vediamo dai confronti internazionali che l’Italia è ancora arretrata. Se non è molto lontana dai livelli della Francia e della Spagna, la distanza rimane grande, in confronto alla popolazione, rispetto ai paesi più evoluti. (Vedi in questo sito i dati italiani, europei e internazionali).

Il quadro internazionale sta cambiando. La situazione è ancora dominata dagli Stati Uniti, che per numero di host internet (cioè per livello di attività online) fino a quattro anni fa avevano due terzi del totale nel mondo, ora sono scesi a poco più della metà – che tuttavia rimane una presenza enorme per un paese che ha meno del cinque per cento della popolazione mondiale. La crescita dell’attività in rete continua a essere molto veloce, circa il 25 per cento all’anno su scala mondiale, con un continuo cambiamento di equilibri. L’Europa ha, da parecchi anni, una crescita più veloce del Nord America, ma ci sono percentuali di aumento ancora più forti in altre aree (per esempio in alcune parti dell’Asia dell’America latina).

Parlare di “reti globali” rimane un crudele eufemismo, perché in gran parte del globo l’uso dell’internet è ancora scarso. Ma la rete ha raggiunto dimensioni molto grandi (dieci volte quelle che aveva nel 1998, cento volte rispetto al 1986) e offre risorse di informazione e di comunicazione e sconfinatamente superiori a qualsiasi altro sistema che sia mai esistito.

Nonostante i molteplici tentativi di controllarla o centralizzarla, la rete rimane un sistema aperto, libero, policentrico, intrinsecamente indisciplinato. Con tutte le conseguenze derivanti dal fatto che ognuno può dire e scrivere ciò che vuole, compresi i bugiardi, gli ignoranti e gli imbroglioni. Ma per chi sa come trovare i percorsi giusti offre una straordinaria ricchezza di informazione, di scambio e di verifica.

Il fatto fondamentale è che la rete non è fatta di macchine, connessioni o protocolli. È fatta di persone. Sono le presenze e i dialoghi umani, con tutte le loro qualità e tutti i loro difetti, l’essenza vitale e il tessuto portante dell’internet.

Come già osservato, l’importante è capirne la natura e i percorsi. Cosa non facile, perché richiede attenzione, esperienza, curiosità e discernimento. Ma è interessante notare come persone arrivate in rete da pochi mesi sappiano trovare la loro strada con sorprendente disinvoltura, se non si disperdono nel marasma delle apparenze e sanno concentrarsi su ciò che, per loro, è più interessante.

Ci sono alcune caratteristiche, nella natura degli italiani, molto adatte all’uso della rete. Curiosità, fantasia, attenzione ai rapporti umani. Ma quanta attenzione stiamo dedicando allo sviluppo, o alla riscoperta, di questi valori? Comunque dobbiamo liberarci dagli errori di prospettiva, dalle tecnomanie e dal culto delle apparenze, se vogliamo ottenere i migliori risultati. Di informazione, di cultura, di vita personale – ma anche (perché no?) di lavoro e di guadagno.

Il ruolo preponderante degli Stati Uniti, e la più diffusa esperienza dell’internet in molti altri paesi, sono fatti di cui dobbiamo tener conto. Ma non sono ostacoli insormontabili. La rete è di tutti e aperta a tutti, se hanno un accesso e lo sanno usare. È uno degli strumenti con cui all’Italia e agli italiani si possono aprire le porte del mondo.


L’esigenza di un nuovo umanesimo

Può sembrare retorico invocare le “glorie del passato”. Ma non si tratta di compiacimenti nostalgici o di laudatio temporis acti. C’è un mondo molto reale, e intensamente di oggi, in cui è fondamentale riscoprire i valori del Rinascimento e di un autentico Umanesimo. Con la U maiuscola che meriterebbe, se si realizzasse, uno sviluppo di profondo impegno umano e culturale. Che non è necessariamente un “movimento” organizzato e dichiarato. Si può realizzare, probabilmente ancora meglio, con una moltitudine di “piccoli” comportamenti individuali. Ma dov’è un clima culturale che possa dare nutrimento a una tale “spontanea” proliferazione?

Sentiamo dire che l’Italia è troppo scarsa la formazione scientifica e tecnica. Probabilmente è vero. Ma un eccesso di specializzazione può essere negativo. C’è una preoccupante mancanza di prospettive “interdisciplinari”. Ogni tecnica, ogni scienza, ogni “specialità” dialoga soprattutto con se stessa, sorda e cieca su tutto il resto. In questo modo si moltiplicano i vicoli ciechi e si perdono di vista le infinite possibilità di sviluppo, innovazione, perfezionamento che derivano da prospettive meno ristrette.

C’è anche bisogno di cultura “umanistica”. Può essere vero che certi modi tradizionali di insegnare quelle materie erano più nozionistici che culturali, più retorici che di sostanza. Ma senza una formazione che aiuti a capire i valori umani e la struttura della conoscenza manca quell’apertura mentale che è necessaria per non restare chiusi in limitanti e inadeguate prospettive tecniche o specialistiche.

Trent’anni fa, quando vivevo negli Stati Uniti, si parlava seriamente di The Da Vinci Man. L’uomo “leonardesco” come antidoto a una ristretta e accecante specializzazione. Oggi quell’esigenza è ancora più evidente. Naturalmente non occorre essere Leonardo da Vinci. Quel “modello” si può incarnare anche in persone molto meno eccezionali. Basta avere un po’ di talento, una mente aperta, una spontanea curiosità e molta voglia di imparare anche ciò che, a prima vista, non sembra collegato ai nostri abituali interessi e al “compito” che ci è affidato. Ed è più facile che doti come queste si sviluppino in chi sa coltivare buone capacità di leggere e scrivere. Non è un caso che siano spesso le stesse le persone che leggono più libri e che usano più volentieri l’internet.

Nonostante i buoni propositi di cui si parla da trent’anni o più, in gran parte del mondo è ancora prevalente un eccesso di specializzazione. Seguire la stessa strada non solo ci condannerebbe a essere continuamente arretrati, ma ci porterebbe a insistere scioccamente su un percorso sbagliato.

Il mondo ci immagina disorganizzati ma geniali, ricchi di fantasia e poveri di concretezza, più attenti all’estetica che alla sostanza. Naturalmente questa è solo una sciocca cartolina. Ma se sapessimo davvero essere meno grettamente disciplinati, meno chiusi nei percorsi più banalmente abituali, più aperti agli stimoli dell’immaginazione e della diversità (mantenendo, come tante volte abbiamo dimostrato di saper fare, le radici saldamente ancorate nella realtà pratica) nulla impedisce che si possa pensare a un nuovo e autentico “rinascimento” italiano.

Comunque vale la pena di tentare. Perché in altri modi le nostre possibilità di successo sono molto più scarse.


Il paradosso dell’innovazione

C’è un bizzarro, e piuttosto stupido, pregiudizio nel mondo di oggi. Che tutto ciò che è “nuovo” sia meglio e tutto ciò che è “vecchio” sia da buttar via. L’esperienza ci insegna che spesso l’innovazione tecnica serve più a divertire i progettisti (o a far guadagnare il detentore di qualche brevetto) che a darci reali miglioramenti.

Una frase attribuita a Vilfredo Pareto, e citata in mezzo mondo, dice che “creatività è trovare nessi nuovi fra cose note”. La si può interpretare in vari modi (anche leggere all’incontrario) ma il fatto è che ci può essere più innovazione nella scoperta di “nessi” cui non si era abbastanza badato che nell’inseguimento di complicazioni tecniche di cui non si è verificata la reale utilità.

Per fare un vero passo avanti occorre molto spesso fare prima un passo indietro, per avere una migliore prospettiva. (Vedi Facciamo un passo indietro e Le ambiguità dell’innnovazione). E molte soluzioni interessanti derivano da una più efficiente aggregazione di “cose note” – o dall’abbinamento di nuove risorse con soluzioni già esistenti (e verificate nell’esperienza) di cui si scopre una diversa utilità.

Occorre anche ricordare che le tecnologie (o soluzioni pratiche, o metodi organizzativi) più efficienti sono le più semplici fra quelle adatte al compito richiesto. (Vedi L’arte difficile della semplicità). Un errore gravemente diffuso è il continuo sviluppo di risorse inutilmente complicate, che creano più problemi di quelli che dovrebbero risolvere. Gli esempi di questa imperversante deformazione si trovano in ogni campo delle attività umane, ma sono particolarmente concentrate nelle tecnologie elettroniche dell’informazione.

Si potrebbero fare parecchi altri esempi di “innovazione” sbagliata. Ma la sostanza è semplice: chi è “indietro” nel percorrere la strada più ovvia ha un forte motivo per cercare un percorso diverso. E spesso è questo il metodo che porta ai risultati più interessanti.


La soluzione italiana: un “salto di qualità”

Si va dicendo, da molti anni, che siamo nell’era della comunicazione. Non è del tutto vero, perché senza industria non ci sarebbero prodotti e senza agricoltura moriremmo di fame. Ma è un fatto che l’informazione e la comunicazione sono sempre state importanti – e ovviamente lo sono ancora di più nel “mondo connesso” di oggi.

Guardiamo senza sgomento, ma con attenzione, il problema della nostra arretratezza. Cerchiamo di capirne i motivi e la struttura, le radici storiche e gli sviluppi recenti. Ma prima di cercare le soluzioni fermiamoci seriamente, con calma, a pensare.

Senza cullarci nelle “glorie del passato”, cerchiamo di capire i motivi e i metodi che ci hanno permesso di essere vincenti. Con uno specifico riferimento, per le ragioni che spero di aver spiegato, alla cultura rinascimentale. Ma anche a esperienze più antiche – e a situazioni più recenti. Come è avvenuto, mezzo secolo fa, quello che il mondo ha definito “miracolo italiano”? Come hanno fatto persone e imprese cresciute in un piccolo ambito provinciale ad affermarsi in mezzo mondo, se non imparando a informarsi su cose prima sconosciute e a comunicare con paesi lontani e culture diverse?

Un mito infondato, nelle teorie della concorrenza, è che la sfida si collochi in un level playing field. Questo può essere “quasi” vero (mai del tutto) in un ambiente artificialmente costruito e controllato, come quelli in cui avvengono molte competizioni sportive. Ma nel mondo reale in cui si muovono persone, culture e imprese non esiste alcun “campo livellato”. Perciò nello studio del territorio, oltre a cercare percorsi meno evidenti e più efficaci, è bene anche scegliere i “campi” inclinati a nostro favore o comunque più adatti alle nostre qualità.

Se siamo arretrati, possiamo trasformare il problema in un vantaggio quando osserviamo con molta attenzione, più una buona dose di intuizione e fantasia, la natura del territorio. Dove sono le scorciatoie, o comunque i percorsi diversi, che gli altri hanno trascurato e che ci possono permettere di passare davanti? Invece di copiare o inseguire, proviamo a imparare dagli errori altrui (e anche dai nostri, che ci hanno portato in una situazione debole). È meno difficile di come può sembrare scoprire dove sono i nodi da sciogliere, gli incastri da rompere, le correnti favorevoli e le sirene di cui è meglio non ascoltare il canto. Certo, ci vuole coraggio. Ma senza rischio non ci può essere progresso. E cambiare le regole del gioco può essere molto divertente.




Precedenti analisi di questa serie:
Risorse di informazione e comunicazione in Italia (2001)
Evoluzione complessa fra abbondanza e scarsità (2003)
Storia dei sistemi di comunicazione (2004)
I vecchi, l’informazione e la comunicazione (2005)
Evoluzione complessa fra cambiamenti e continuità (2006)



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