timone Il Mercante in Rete
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Marketing nei new media e nelle tecnologie elettroniche


Numero 32 – 29 marzo 1999

 

 

loghino.gif (1071 byte) 1. Editoriale: Che cosa vuol dire "commercio"?

Come altre osservazioni che ho fatto sull'uso del linguaggio, questa non è una pedanteria terminologica. Che cosa significa commercio?

Alcuni professori di economia, quando si parla di "commercio elettronico", fanno osservare che una definizione rigorosa si commercio implica qualsiasi tipo di transazione; non soltanto la vendita. In questo senso, è corretto definire l'attività dell'impresa in rete come "commercio elettronico".

Ma questa definizione viene comunemente intesa in tutt'altro modo. Si pensa che l'attività delle imprese in rete debba essere solo, o soprattutto, vendita; e che si traduca solo, o soprattutto, nell'avere un sito web dove vendere o far conoscere prodotti o servizi. Questo è uno dei tanti modi di usare la rete; uno di tanti elementi di un sistema di relazioni che può essere migliorato usano metodi e tecnologie moderne di comunicazione. Se ben inserite in un progetto organico, queste attività possono dare un contributo importante al successo dell'impresa. Se sviluppate fuori da un sistema coerente, o ai margini della strategia, sono quasi sempre condannate al fallimento o a un esito così stentato e zoppicante da non giustificare l'investimento di tempo e di attenzione che è necessario per usare efficacemente la rete.

Questo non è solo il problema di paesi arretrati come l'Italia. Anzi è proprio nei paesi dove il fenomeno è più evoluto che si sentono più spesso e più chiaramente voci critiche sugli entusiasmi devianti di chi propone meraviglie impossibili o di chi crede di poter ottenere risultati miracolosi solo affacciandosi con un sito web. In un appunto pubblicato in marzo sul tema Le macchine non sono "cattive" ma sono stupide ho riassunto alcune osservazioni di da un autore che ho già citato più di una volta: Gerry McGovern. Mi sembra utile riportare anche qui, un po' più estesamente, il suo interessante articolo Cash Registers del 15 febbraio 1999.

I registratori di cassa sono fantastici. Basta comprarne uno, e sei in affari. Sono magici. Ti danno una licenza per stampare denaro.

Senza dubbio, l'internet soffre di continue montature e mitologie. La parola magica che accende la fantasia da circa un anno è ecommerce. Per alcuni, ha assunto un valore quasi religioso. Quando si dice "commercio elettronico" ci si inchina con mistica reverenza. Molto del linguaggio che circonda l'ecommerce è meccanico e tecnicistico. Hai l'impressione che basti definire un sistema di database, un metodo di pagamento e un software per il tracking dei clienti, per avere automaticamente la licenza di stampare denaro.

Temo che non sia così. Nel commercio tradizionale diamo per scontato il registratore di cassa. Se andiamo al supermercato e la cassa non funziona siamo molto infastiditi. Se ripassiamo la settimana dopo e ancora non funziona, probabilmente non ci torneremo più. Ma non scegliamo il supermercato secondo il tipo di registratore di cassa che usa. Ci basiamo sulla gamma di prodotti, servizio, qualità e prezzo, eccetera.

Troppo ecommerce è basato sulla tecnologia; troppi venditori di servizi ecommerce si concentrano sulle caratteristiche di hardware e software. Non si tratta di quello. Si tratta di marketing, vendite, servizio ai clienti. Si tratta di offrire ai clienti i prodotti che vogliono, nel modo che preferiscono.

L'internet sembra ancora un romantico paradiso per giocatori d'azzardo, pieno di promesse impossibili.

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L'internet è ancora un mondo strano e sconosciuto. Molti l'hanno trasformato in un mondo di fantasia, dove ogni segnale di realtà viene ignorato o scatena sgomento e paura. Ecommerce, ecommerce si canta come un mantra, con la convinzione che basti recitare la parola magica per far scorrere fiumi di denaro.

Non è così. Scommetto che molti siti di ecommerce sono in sofferenza per il loro tentativo di mantenere promesse impossibili. Ciò non significa che non si possa fare business in rete. Ma non si fa con la tecnologia dei registratori di cassa o con i sogni dell'ecommerce. Si fa come si è sempre fatto – dando servizio al cliente.

Secondo me ogni impostazione efficace per l'attività delle imprese in rete parte dalla fondamentale osservazione con cui Gerry McGovern conclude il suo articolo. Se questo è importante in quei paesi dove la rete è più sviluppata, lo è ancora di più per chi si trova in una situazione arretrata come quella italiana. Ma per prendere l'iniziativa occorre trovare scorciatoie, cercare soluzioni più efficaci; il percorso più sbagliato e pericoloso è imitare ciò che fanno gli altri e ripetere i loro errori.

Mi sembra interessante osservare come due altri autori, partendo da prospettive diverse, arrivano a conclusioni molto simili.

 

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loghino.gif (1071 byte) 2. High tech - high touch (John Naisbitt)

Il concetto high tech - high touch non è nuovo; ma mi sembra di grande attualità. Fu definito da John Naisbitt nel suo libro Megatrends nel 1982. L'ho citato parecchie volte e l'ho ripreso anche in un articolo che sta per uscire nel numero di aprile di Web Marketing Tools. Il suo autore lo riassume così:

High tech - high touch è la formula che uso per descrivere il modo in cui rispondiamo alla tecnologia. Ogni volta che una nuova tecnologia viene introdotta nella società, ci deve essere il contrappeso di una spinta umana che ristabilisce l'equilibrio – cioè high touch – se no la tecnologia viene respinta. Più c'è high tech, più occorre high touch.

Non mi sembra casuale che a diciassette anni di distanza John Naisbitt stia pubblicando un nuovo libro interamente dedicato a questo argomento: High tech - high touch: the co–evolution of technology and culture. L'ha spiegato in una lunga e interessante intervista, di cui riporto qui solo alcuni punti.

L'introduzione di nuove tecnologie ha sempre prodotto cambiamenti nella società; questo sembra chiaro. Il problema oggi è che, mentre le tecnologia ha avuto una rapida accelerazione, il cambiamento sociale non ha la stessa andatura. C'è una distanza crescente fra l'evoluzione tecnologica e quella sociale: è questo vuoto culturale che crea problemi.

È come yin e yang. Tecnologia e spiritualità, tecnologia ed evoluzione sociale dovrebbero essere in equilibrio; oggi non lo sono. Così cerchiamo istintivamente, talvolta anche disperatamente, di trovare un contrappeso. Accade che le persone si sentano un po' "lasciate indietro"; si sentono sopraffatte, perfino disorientate e alienate.

La crescita accelerata della tecnologia ha prodotto una spinta più forte che mai nella ricerca del significato, un desiderio di comunità, una sete di spiritualità, e un bisogno veramente disperato di capire.

La tecnologia è parte integrale dell'evoluzione culturale ed è, naturalmente, il prodotto creativo della nostra immaginazione, dei nostri sogni e delle nostre aspirazioni. Ma la scienza e la tecnologia non ci dicono qual è il senso della vita; così esaminiamo e ri–esaminiamo la natura della nostra umanità attraverso famiglia e comunità, religione e spiritualità, arti e letteratura – tutte cose che rientrano in ciò che io chiamo high touch.

Dobbiamo tutti trovare, credo, una rinnovata sensibilità per riportare tutto su scala umana, se vogliamo creare e mantenere una vita sana, una famiglia sana, un'economia sana, un mondo sano.

La definizione high tech - high touch può avere molti significati pratici. Per esempio high tech vuol dire accelerare i tempi, spingere tutto verso l'immediato, il "tempo reale". high touch significa avere tempo. high tech è chiedere all'individuo di produrre di più in tempi più brevi. high touch è dare valore al processo, consentire lo spazio per la scoperta.

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Tutto questo si applica anche alle organizzazioni, nelle imprese private come nell'amministrazione pubblica.

Le organizzazioni high tech creano un'atmosfera, un ambiente, per la crescita personale. La crescita personale è la chiave del successo nel mondo dell'alta tecnologie.

Per esempio la Gore (che fra l'altro produce il tessuto Gore–Tex) ha un fatturato di milioni di dollari ma mantiene un'atmosfera molto high touch, familiare, in tutte le sue fabbriche. Ciascun edificio è occupato da non più di 200 persone, nessuno è più alto di sei piani. Le loro strutture hanno la misura giusta, tutto è a misura umana, in contrasto con le fabbriche da 5.000 o 10.000 persone del mondo industriale. Nell'era industriale la misura umana era stata rimossa, ora ci stiamo ritornando. Nella sede della Microsoft (che loro chiamano campus) gli edifici sono meno alti degli alberi.

È interessante notare che l'ufficio sta aumentando di importanza. Leggiamo libri e articoli sul fatto che le persone preferiscono lavorare in ufficio che a casa. Il telelavoro e il telecommuting continueranno, credo, ad avere un ruolo limitato perché le persone preferiscono stare con le persone; c'è sete di comunità. I rapporti in ufficio, visto il molto tempo che si passa insieme, diventano più profondi e ricchi. L'ufficio è insostituibile.

Più tecnologia introduciamo nella nostra società, più le persone vogliono stare insieme. Al cinema, ai concerti, a fare la spesa, al ristorante, in ufficio. Come definizione di comunità, prendo quella nella canzone di Cheers, dove dice "Un posto dove tutti sanno il tuo nome".

Come andare insieme al bar. L'"internet caffè" è una soluzione ancora abbastanza nuova e piuttosto high tech - high touch. Si vedono le opere d'arte con l'internet, ma sempre più persone vanno nei musei. Il numero cresce enormemente. Si va nelle gallerie per avere un'esperienza condivisa dell'arte.

Dopo l'invenzione della televisione, molti avevano previsto la morte delle sale cinematografiche. Non avevano capito che non si va al cinema solo per vedere un film, ma per piangere o ridere insieme a 200 altre persone.

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Dimenticare il high touch porta a un cattivo uso delle tecnologie.

Un esempio sono le segreterie telefoniche. "La sua chiamata è molto importante per noi. Rimanga in attesa mentre la ignoriamo". O quei sistemi che dicono "premi uno per questo, premi due per quello". L'anno scorso la Digital ha eliminato il sistema di risposta automatica perché aveva suscitato troppe proteste. Hanno assunto 70 persone per rispondere al telefono.

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High tech è la teleconferenza. high touch è la stretta di mano. High tech è aggiornare gli impianti. high touch è educare le persone. Le risorse umane sono il fattore di successo nella concorrenza globale.

Quando ero giovane, la ricchezza di una nazione si misurava in base alle risorse naturali e al capitale. Poi si è dimostrato che un'economia può crescere anche senza risorse naturali; e oggi il capitale è una commodity globale. L'unico fattore rimasto di superiorità competitiva sono le risorse umane.

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Nel mondo di oggi, i cambiamenti sociali sono il risultato dei cambiamenti tecnologici. Il successo e la sopravvivenza nel prossimo millennio saranno determinati dalla nostra capacità di capire la relazione e l'interdipendenza fra le fondamentali esigenze ed emozioni umane (high touch) e le possibilità pratiche aperte dalle nuove tecnologie. Le tecnologie ci dicono contemporaneamente che come esseri umani siamo meno importanti e più importanti. Il nostro successo nell'economia, nel governo e nelle relazioni umane dipenderà da quanto bene sapremo combinare gli elementi del bisogno umano di high touch con un mondo di high tech. Dobbiamo imparare, credo, a equilibrare le meraviglie materiali della tecnologia con le esigenze spirituali della natura umana.

Penso che sarà interessante leggere il nuovo libro di John Naisbitt quando sarà pubblicato. Ma intanto una cosa è chiara. In ogni uso delle tecnologie è importante tener conto del fattore umano e dei valori di relazione personale. Questo è particolarmente vero nei sistemi di comunicazione e specialmente nel caso dell'internet. Le tecnologie possono favorire, arricchire e agevolare il rapporto umano e personale; non sostituirlo.



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Aggiornamento (26 agosto 1999)

La pubblicazione è annunciata per il 16 ottobre 1999 – il libro è già in vendita su Amazon

 

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loghino.gif (1071 byte) 3. Il predominio della strategia
(Michael Porter)

A conclusioni simili, da tutt'altro punto di vista, arriva anche Michael Porter, un noto teorico di gestione d'impresa. Mi sembra interessante che le sue osservazioni compaiano su una rivista di informatica: infatti in un articolo pubblicato il 1 marzo da Computerworld Italia si riferiscono le opinioni espresse da Porter a Varese (nel corso di un evento organizzato da Parametric Tehnology) sul rapporto fra l'impresa e le tecnologie dell'informazione – e in particolare l'internet.

Purtroppo quell'articolo non è disponibile online; ma il testo dell'intervento di Michael Porter a Varese può essere prelevato sul sito mktg.it. I suoi commenti si possono riassumere in alcuni punti fondamentali.

  • I sistemi informatici, soprattutto negli ultimi 10–15 anni, hanno influito sulla catena del valore, permettendo di riconfigurare gran parte delle attività; tuttavia l'IT di per sé non è una strategia, come non lo è una fusione: sono strumenti di supporto alla strategia.
  • L'internet è uno strumento, non deve rivoluzionare le strategie. L'impresa deve trovare un modo di usare la rete che sia unico e "tagliato su misura" per il suo posizionamento strategico.
  • Uno dei grossi problemi dell'IT è che finora è stato usato per lo più come strumento per migliorare l'efficienza operativa. "Ci obbligano ad adattare il nostro modo di fare businness ai loro processi, e ciò è molto pericoloso perché porta le aziende a standardizzarsi e riduce la diversità delle strategie".

In questa occasione Porter si è soffermato anche sulle caratteristiche delle imprese italiane. Due delle sue osservazioni mi sembrano particolarmente rilevanti.

  • Una delle ragioni storiche del successo delle aziende italiane è che, a differenza delle imprese in altri paesi, per molte di esse è stato istintivo nascere e svilupparsi intorno a un approccio strategico. Hanno la naturale tendenza a limitarsi a un singolo prodotto e una chiara disciplina del definire dove intendono competere.
  • Detto questo, però, occorre stare attenti a dire che le aziende italiane hanno successo perché sono flessibili. La flessibilità di per sé non è una strategia. "Un conto è dire che sono flessibile perché per stare vicino al cliente ho reso i miei prodotti facilmente personalizzabili; diverso è quando mi definisco flessibile perché so fare un po' di questo e un po' dell'altro, perché così non sono unico in alcuna delle mie attività e quindi ho un posizionamento mediocre".

Le teorie generali di Porter sulla "catena del valore" possono essere più o meno discutibili, ma queste sue osservazioni mi sembrano concretamente utili.

Per usare con successo qualsiasi tecnologia (e in particolare i nuovi sistemi di comunicazione) occorre metterla al servizio di una strategia precisa e di un'identità chiara e inconfondibile. La standardizzazione e l'imitazione producono strategie deboli e identità confuse. La flessibilità, lo spirito di servizio e la capacità innovativa delle imprese italiane sono risorse importanti, che possono trovare nella rete uno strumento di crescita e di sviluppo: ma devono servire a rafforzare, non diluire, la personalità unica e inconfondibile dell'impresa.

 

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loghino.gif (1071 byte) 4. Numeri: un aggiornamento

I dati di febbraio 1999 sono stati pubblicati da RIPE (Réseaux IP Européens) con insolito ritardo – il 18 marzo. Sembra confermata una leggera tendenza di crescita dell'Italia rispetto alla media europea; abbiamo recuperato il terreno perduto dal 1997, ma non si vede ancora l'andamento di crescita, molto più vigoroso, di cui avremmo bisogno. Vedremo in un prossimo numero una nuova analisi sulla diffusione della rete in Italia, nelle famiglie e negli uffici. Intanto ecco un piccolo aggiornamento sul hostcount in Italia e in Europa.

Host internet in Italia e in Europa
febbraio 1998 – febbraio 1999

(agosto 1997 = 100)

Elaborazione su dati RIPE Réseaux IP Européens

Si conferma, almeno per ora, l'andamento di crescita (più veloce della media europea) che si era notato dal dicembre dell'anno scorso. L'Italia sembra essere risalita, come percentuale rispetto all'Europa, al "livello massimo" che aveva raggiunto nell'agosto 1997. Ma per ora non si vede traccia di quella crescita accelerata di cui avremmo bisogno per adeguarci al nostro ruolo in Europa e nel mondo (e che sembrava esserci nella primavera–estate del 1998).

Ma l'arretratezza italiana rimane preoccupante. Vediamo i dati aggiornati per densità rispetto alla popolazione.

Host internet per 1000 abitanti
in 25 paesi nell'area Europa–Mediterraneo

Analisi su dati RIPE (Réseaux IP Européens)
25 paesi (su 100 nell'area RIPE) con più di 20.000 host e densità superiore a 1

La parte verde delle barre rappresenta la crescita in un anno (febbraio 1998 – febbraio 1999).)
La parte gialla della barra relativa alla Francia è una stima approssimata del fattore minitel.

In questa fase l'Italia sembra avere una crescita un po' più veloce della Francia, della Spagna e del Portogallo; ma rimane molto debole rispetto ai paesi dell'Europa centrale e settentrionale – e molto al di sotto della media nell'Unione Europea.

La situazione si rivela ancora più preoccupante se confrontiamo la presenza in rete con il reddito.

Host internet in relazione al reddito (PIL)
in 28 paesi nell'area Europa–Mediterraneo

Analisi su dati RIPE (Réseaux IP Européens) – paesi con più di 20.000 host internet

Come nel grafico precedente, la parte verde delle barre rappresenta la crescita in un anno (febbraio 1998 – febbraio 1999) e la parte gialla della barra riguardante la Francia indica il fattore minitel.

Ci sono alcuni cambiamenti rispetto alle analisi precedenti. Il più vistoso è l'arretramento della Francia, che se non tenessimo conto del fattore minitel si troverebbe in una situazione peggiore di quella italiana. Ma come sempre le oscillazioni in un mese o due non sono molto significative; per capire le tendenze occorrerà seguirle su un periodo più lungo.

Nei mesi scorsi avevamo visto il rapporto rete–reddito in Europa riferito ai paesi dell'Unione Europea, dove l'Italia rimane all'ultimo posto. Qui vediamo come sia superata anche da molti paesi dell'Europa orientale. Le possibilità di successo per l'Italia in rete ci sono, e non sono piccole; ma la strada è ancora lunga.

 

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loghino.gif (1071 byte) 5. L'orribile ragno

Quando nel numero del 10 febbraio parlavo della strana tendenza a immaginare la rete come una tela di ragno, non sapevo che sei settimane dopo avremmo avuto una conferma piuttosto bizzarra e preoccupante di quel modo di pensare. Lo esprime Unisource, uno dei più importanti fornitori di connettività, in un annuncio apparso recentemente sui quotidiani italiani (per esempio su Repubblica il 23 marzo 1999).

Il titolo è Se tu sei il ragno, Unisource è la rete. I testo ripete le solite banalità sui miracoli del "commercio elettronico". L'immagine che li accompagna è impressionante. Una tela di ragno, in cui sono imprigionati alcuni miserandi insetti (definiti "business"); in un angolo un mostruoso ragno antropomorfo con la dentatura di uno squalo.

Questo è un dettaglio, per limitare il "carico di banda". Basta cliccare qui per vedere l'intera ragnatela come compare nell'annuncio, ma l'immagine potrebbe caricarsi un po' lentamente perché è piuttosto ingombrante – 35 kbyte.


Non so che cosa abbia indotto Unisource a presentare i suoi servizi in modo così disgustoso. Ma questo annuncio mi sembra rivelatore di una mentalità diffusa quanto perversa. Non occorre essere psicologi, semiologi o antropologi di professione per sapere che spesso l'uso di una metafora o di un'immagine rivela percezioni "inconfessate". Non solo Unisource e i suoi consulenti di comunicazione ma anche molti altri hanno una percezione inquietante della rete. Molto prima di vedere quell'annuncio avevo parlato di chi vuol trasformare la rete in una tonnara, o in una trappola per scarafaggi in cui si rimane appiccicati là dove qualcuno ci vuole trascinare.

Certo non mi sentirei tranquillo se pensassi che andare in rete volesse dire correre il rischio di finire come una sventurata mosca in bocca a quell'orribile mostro. Ma mi sentirei a disagio anche se mi mettessi nei panni del ragno. Che successo posso aspettarmi, in un mondo interattivo dove la cosa più importante è conquistare la fiducia dei clienti, se li tratto come prede indifese o se li attiro con l'inganno per divorarli? E come liberarmi del sospetto che, se questo è il marketing secondo Unisource, la prima vittima nella loro rete sarò io?

Ad abundabntiam... quell'annuncio è una menzogna, come molte promesse dei venditori di high tech. Sarebbe troppo facile se per aver successo in rete bastasse avere una buona connettività o se i fornitori di tecnologie fossero in grado di dare alle imprese gli strumenti e le conoscenze che occorrono. Il continuo ripetersi di queste false promesse è uno dei motivi più importanti del disagio delle imprese e dei frequenti insuccessi di chi si avventura in rete credendo di poter affidare tutto alla tecnologia.

 

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loghino.gif (1071 byte) 6. Manette e prigioni tecnologiche

Quest'altra sgradevole immagine compare in un annuncio della Microsoft, pubblicato sui giornali italiani fra il 17 e il 29 marzo.

È l'ennesimo comunicato terroristico per spaventare chi usa software non registrato. Il titolo è Chi installa software non originale commette un reato ed è sostanzialmente "ingannevole": infatti è "reato" la vendita di software non registrato, ma non il semplice fatto di usarlo o installarlo sul proprio computer. E si evita accuratamente di far capire che esistono infinite alternative di software "libero" che si può distribuire e utilizzare senza registrazione, o di shareware che si registra solo dopo averlo utilizzato per un periodo di prova (a prezzi generalmente molto più bassi del prodotti della Microsoft; e spesso con una qualità migliore).

Che il non totale rispetto di un contratto privato sia considerato dalla nostra legge come un reato penale, perseguibile d'ufficio, è una stortura che dovrebbe essere eliminata, anziché aggravata come vorrebbero le proposte di legge ora in esame. Che i contratti imposti unilateralmente dalle software house (come da alcuni fornitori di connessione) siano spesso un abuso e una prepotenza inaccettabile, è un fatto forse discutibile dal punto di vista giuridico, ma oggettivamente grave. Che un'impresa monopolista imponga prezzi esosi e qualità discutibile è un ostacolo pesante alla diffusione dell'informatica e della telematica. Di questo problema si sta sempre più ampiamente discutendo: vedi per esempio il comunicato Liberarci dalla schiavitù elettronica e l'ampia (e continuamente aggiornata) bibliografia di informazioni online contenuta nel documento informativo allegato a quel comunicato.

A parte l'arroganza e l'ambiguità di questo annuncio, credo che anche qui ci sia un simbolismo che può avere un'altra lettura. Chi, come me, ha avuto l'ingenuità di comprare e installare il software della Microsoft, pagandone il prezzo esorbitante, si è infilato in una prigione sempre più restrittiva e penosa. In manette e in galera già siamo; il problema è quando e come ci potremo liberare. Migliaia di innocenti subiscono sequestri e soprusi di ogni specie solo perché "sospettati" di avere installato qualcosa di non registrato – magari anche solo un gioco. Spero che queste irritanti minacce servano a diffondere indignazione e fastidio – e a nutrire quella ancora limitata, ma crescente opinione che vuole la libertà dalla schiavitù elettronica.

 

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loghino.gif (1071 byte) 7. La bufala Melissa

Da qualche mese sembrano in diminuzione le ondate di disinformazione scandalistica e terrorizzante sulla rete. Ma i "grandi mezzi" di informazione continuano ad approfittare delle occasioni più svariate per diffondere notizie che spargono disagio e spaventano le persone meno esperte.

Proprio mentre questo numero del "Mercante in rete" sta per andare online, il Corriere della Sera del 29 marzo pubblica (con richiamo in prima pagina) un articolo di Alessandra Farkas intitolato "Attenti, c'è un virus nella posta elettronica".

La notizia non è completamente falsa. Non si tratta di uno dei tanti scherzi (virus immaginari) che sono stati tante volte diffusi come veri anche da giornali importanti. Ma non si tratta neppure di un virus pericoloso. Non è vero, come dice il sommario dell'articolo, che "può disattivare i computer". Si tratta di un cosiddetto macro–virus contenuto non nel messaggio e–mail (che non può contenere virus) ma in un documento allegatooin formato word. Solo se si apre incautamente quel documento e se si usa un particolare software della Microsoft (Outloox Express) lo sgradito ospite produce una serie di messaggi "osceni" che vengono inviati a eventuali indirizzi che chi lo ha prelevato abbia in memoria. Insomma è una burla fastidiosa e ingombrante, specialmente se si diffonde all'interno di una rete aziendale; ma non un virus che possa danneggiare il computer; e come tutti quelli della sua specie è facilmente eliminabile. Per chi vuole maggiori dettagli c'è un articolo di Dave Murphy su Itinfo che descrive le caratteristiche e il comportamento di "Melissa".

La storia è ripresa in modo altrettanto catastrofico ed esagerato anche da altri giornali. Repubblica parla di "posta elettronica in tilt", di "computer danneggiati", di "file devastati" (e dice che i virus arrivano abitualmente tramite la posta elettronica). Il Messaggero titola "Attenti a Melissa la killer, fa una strage su Internet"; l'articolo a firma di Anna Guaita è infarcito di descrizioni apocalittiche e di svarioni tecnici (addirittura il termine "macro", che significa tutt'altra cosa, viene inteso come "grande capacità distruttiva"). Insomma la stampa italiana è invasa da un'ondata terroristica imprecisa e confusa, con affermazioni in buona parte false e comunque grottescamente esagerate.

Ma non si tratta solo di superficialità giornalistica; la responsabilità è anche delle "fonti", più o meno autorevoli, che diffondono o confermano queste notizie. Risulta che allarmi anche meno motivati di questo (o addirittura scherzi su virus immaginari) sono stati presi sul serio da docenti universitari e altri "soloni" dell'informatica.

Purtroppo esistono davvero virus pericolosi – e sono un problema per chi non sa come difendersi. Ma non sono una novità, né una minaccia così terribile come notizie di questo genere vogliono farci credere. E non è vero che "passano" nella posta elettronica. In tanti anni di attività in rete mi è capitato un solo virus (per fortuna poco nocivo e facilmente estirpabile); non veniva dall'internet ma da un dischetto di un gioco che qualcuno incautamente aveva inserito nel mio computer senza controllarlo prima.

Il contagio più grave, che è da anni un serio ostacolo alla diffusione della rete in Italia, è la continua e insistente diffusione di notizie deformate che creano ogni sorta di perplessità e paure.

A questo proposito vedi anche l'articolo Internetfobia, un malanno sempre più grave pubblicato su Interlex il 7 aprile.