Offline Riflessioni a modem spento


L’insopportabile lentezza
delle tecnologie

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ottobre 2004



  Giancarlo Livraghi

gian@gandalf.it
 
Per altre osservazioni vedi
il mercante in rete
e altre rubriche online
e due libri:
  La coltivazione dell’internet  
e L’umanità dell’internet
 
 

 



Siamo ossessionati dalla fretta e perseguitati dalla lentezza. Non è uno scherzo e non è un paradosso. È la realtà in cui viviamo. Lo sviluppo tecnologico, come esplorazione sperimentale, è affascinante. Ma le applicazioni pratiche sono contorte, confuse, farraginose e inefficienti. Potrebbero semplificarci la vita, talvolta lo fanno, ma più spesso hanno l’effetto contrario (Vedi La stupidità delle tecnologie).

Un modesto computer casalingo ha prestazioni superiori a un massiccio super-calcolatore di vent’anni fa. E lo sviluppo continua. Si parla di diamanti artificiali che potrebbero essere la base per processori centinaia di volte più veloci di qualsiasi cosa basata sul silicio. Si parla di sistemi molecolari che potrebbero superare il concetto di elettronica. Eccetera...

Interessante? Si, da un punto di vista tecnico e scientifico. Ma il modo in cui, in pratica, funzionano le cose non sta diventando né più efficiente né più veloce. Al contrario, si ammucchiano e si attorcigliano le complicazioni, le difficoltà e le lentezze.

Quando una gatta frettolosa permette a un errore umano, o a un’imperfezione tecnica, di sbagliare l’obiettivo di un’esplorazione spaziale, ciò che non funziona in pochi secondi non ritarda il progetto solo di ore o di giorni. Possono passare parecchi anni prima che sia di nuovo disponibile un assetto astronomico favorevole.

Cose analoghe succedono in situazioni più modeste e abituali, come l’attività quotidiana delle persone e delle imprese. La quantità di tempo (e di buonumore) che perdiamo per un’infinità di inefficienze tecniche e organizzative è impressionante – e tende continuamente ad aumentare.


Abbiamo così tanti telefoni che non riusciremmo a gestirli neppure se avessimo quarantotto ore al giorno da dedicare solo a quell’incombenza. E i rimedi sono peggiori del male. (Vedi La congestione comunicativa).

È diventato quasi impossibile telefonare senza imbattersi in quelle melliflue voci sintetizzate con un insopportabile birignao che impongono un’attesa enormemente più lunga della conversazione che desideriamo – se e quando avremo la fortuna di raggiungere la persona giusta.

Ci sono uffici che chiudono lasciando quella voce a dirci di rimanere in attesa mentre non c’è anima viva disponibile fino al giorno dopo – o a chissà quando nel caso di chiusure, o disfunzioni, della cui probabile durata l’imperturbabile registrazione non ha la cortesia di informarci.

Non sto scherzando quando dico che in una importante compagnia telefonica i sistemi interni funzionano così male che le persone si chiamano da un ufficio a un altro, a pochi metri di distanza, usando un cellulare (ma spesso neanche quello funziona come dovrebbe). Compresi gli addetti commerciali dedicati a spiegare urbi et orbi quali meraviglie tecniche quella compagnia dice di poter offrire.


Fra tanti possibili esempi... eccone uno recente. Un’impresa nel centro di Milano è tartassata di offerte di “connessioni veloci”. Fatte a nome di grandi compagnie telefoniche, ma non da loro. La promozione commerciale è affidata a una moltitudine di rivenditori, ognuno dei quali crede di “avere in portafoglio” un certo indirizzo, mentre allo stesso cliente si stanno rivolgendo anche altri.

Propongono tutti collegamenti immediati, soluzioni miracolose quanto impossibili, “offerte speciali” in cui si impacchettano funzioni e servizi che all’impresa destinataria non servono e non interessano. Quell’irritante persecuzione produce una “crisi di rigetto”. L’impresa, infastidita e disorientata, continua a rimandare ogni decisione. Passano sei mesi. Finalmente, messo da parte il bombardamento di offerte, decide di fare una verifica per conto suo. In pochi giorni valuta le sue esigenze e decide di ordinare una nuova linea adsl.

Tutto risolto? Sarebbe così in una situazione di elementare buon senso. Ma non nel mondo imbesuito e imbizzarrito in cui viviamo.


L’impresa, scelta la soluzione che le conviene, si rivolge a un provider con cui sta già collaborando. Compila un modulo intricatissimo (dopo aver perso un paio di giorni per farlo controllare all’ufficio legale – si scopre che è ingombro di inutili formalismi, ma per fortuna non contiene clausole inaccettabili).

Quando firma il contratto si sente dire che (contrariamente alle promesse di istantaneità continuamente ripetute dai promotori delle compagnie telefoniche) ci vorranno da una a tre settimane. Il che è assurdo, perché l’operazione tecnica si fa in pochi minuti. Ma, si sa, la burocrazia...

Passano quarantacinque giorni, con un’incredibile odissea di risposte confuse e complicazioni incomprensibili. Alla fine si scopre che una grande compagnia telefonica (facile indovinare quale) ha male impostato la procedura nel suo sistema informatico e non riesce a districarsi dall’errore. Intenzionale sabotaggio perché non si tratta di un cliente diretto? In parte. Ma anche incredibile incompetenza tecnico-burocratica.

La situazione sembra bloccata a tempo indeterminato. L’impresa, visto il fallimento di ogni altro tentativo, finisce col trovare una soluzione “all’italiana”. Un contatto personale al vertice... ciò che per un mese e mezzo era stato irrisolvibile si sistema in due giorni.

Avuta finalmente la linea, la geremiade non è finita. Ovviamente la soluzione non è così semplice ed efficace come prometteva. Alcune prestazioni non sono affatto veloci, altre lo sono troppo e producono inconvenienti, si creano interferenze fra la nuova linea e la rete di collegamento interna – eccetera. Ma l’impresa aveva fatto i compiti prima, perciò a queste disfunzioni è preparata e riesce a districarsene senza eccessive difficoltà.


È un caso isolato o particolarmente sfortunato? No. Basta conoscere un po’ i retroscena del settore per sapere che pasticci e ritardi di varia specie sono la regola, installazioni veloci e senza problemi sono l’eccezione.

Un altro caso è quello di una piccola impresa, che vende prodotti e servizi “ad alta tecnologia”. Decide di traslocare a duecento metri di distanza. La compagnia telefonica assicura che il numero non cambierà e tutto sarà fatto in pochi giorni. Si scopre poi (a trasloco fatto) che il numero cambia. Per un mese il negozio rimane senza telefono. Il servizio che indica il nuovo numero a chi chiama il vecchio viene addebitato in bolletta, ma non funziona. Tre mesi dopo quell’impresa è ancora praticamente irraggiungibile da chi non ha il numero di cellulare o l’indirizzo e-mail del proprietario.

Si potrebbero raccontare centinaia, probabilmente migliaia, di episodi come questi. Alle mirabolanti promesse di qualità e velocità del servizio corrisponde una realtà contorta, inefficiente e insopportabilmente lenta.

Naturalmente non si tratta solo della telefonia. Sono infiniti gli esempi di tecnologie “evolute” che funzionano molto peggio di quelle più semplici e provocano molti più problemi di quelli che dovrebbero risolvere.


Sembra un’epoca ormai remota quella in cui la dottrina dominante era incrollabilmente dedicata a predicare l’esistenza di un “tempo internet” per cui tre mesi equivalgono a un anno. Eppure sono passati solo tre o quattro anni – e stiamo ancora pagando le conseguenze dei tanti errori commessi credendo ciecamente in quella panzana.

Insomma la fretta non accelera i processi, ma li ingarbuglia e li ritarda. Le tecnologie non ci semplificano la vita, ma rendono le cose sempre più difficili, sgradevoli e complicate.

L’unica via di uscita è una radicale inversione di percorso. (Vedi Facciamo un passo indietro). Pensare prima, mettendoci il tempo necessario, per evitare guai e lungaggini dopo. E non installare alcuna soluzione tecnica prima di aver capito bene a che cosa serve, come funziona e come si inserisce nei sistemi esistenti e nel modo di operare dell’organizzazione.

Che il problema esista è ormai chiaro anche a chi, qualche anno fa, non se ne rendeva conto (o voleva evitare di guardare in faccia la realtà). Ma la percezione non è ancora abbastanza diffusa. E soprattutto manca un adeguato impegno per risolverlo.



 

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