il cambiamento di linux
Offline Riflessioni a modem spento



  Giancarlo Livraghi

    maggio 2010

Disponibile anche in pdf
(migliore come testo stampabile)


Finalmente, lo sviluppo che aspettavamo

L’evoluzione di Linux
e il “passo avanti”
dell’opensource

pinguino

Ho atteso otto mesi prima di scrivere su questo argomento. Per due motivi. Uno è che sentivo il bisogno delle conferme necessarie per essere ragionevolmente convinto che ci sia davvero uno sviluppo importante. L’altro è che volevo vedere se di questo cambiamento si “desse notizia”.

Sul fatto, mi sembra che non ci possano essere dubbi. La “svolta”(finalmente) c’è stata. Per quanto riguarda l’informazione... il silenzio è sconcertante.

Si continuano a pubblicare ad infinitum pseudo notizie e commenti poco sensati su argomenti marginali o pregiudizi stantii. Si continua a gabellare per “nuovo”ciò che spesso è vecchio, o inutile, o effimero, o comunque poco importante. Si continua a considerare “inevitabile” l’assurda prigionia dei sistemi operativi “proprietari” e del trentennale asservimento a un inaccettabile monopolio, con tutti gli sprechi di denaro e i malfunzionamenti che ne derivano.

Quando, invece, c’è uno sviluppo davvero utile e interessante il fatto è ignorato – o evitato con imbarazzo da chi è schiavo della pigrizia e della “paura di cambiare”.

*   *   *

Il fatto è semplice. C’è stato un “salto di qualità”. Nell’estate (o forse autunno) del 2009 le impostazioni di Linux sono diventate più facili, anche per chi non ha alcun desiderio di imparare i “codici” e i “comandi” di Unix.

Talvolta un piccolo episodio dice più di tanti approfondimenti. Un po’ di tempo fa, è venuto da me un tecnico per installare una nuova stampante (con molteplici funzioni – e la necessità di farla “convivere”con altri aggeggi). È arrivato attrezzato con cd, manuali e arnesi vari. È bravo, ma non ha alcuna conoscenza o pratica di linux. Gli ho detto «guardi che probabilmente ci sono già i driver». È rimasto stupefatto quando tutto si è installato automaticamente in pochi secondi. «Con windows – ha commentato – ci avrei messo mezz’ora».

Qui è necessaria una piccola parentesi storica, per chi non la conosce o l’ha dimenticata. L’informatica è nata libera e aperta. E sarebbe stato molto meglio se lo fosse rimasta (lasciando libere le imprese private di offrire software e applicazioni a pagamento, se utili e ben concepite, su una piattaforma trasparente e condivisa).

È assurdo che sia diventata, in così grande proporzione, un monopolio privato. Non è mai accaduto in modo così radicale con alcuna altra tecnologia di base, sviluppo scientifico o risorsa culturale. Ed è necessario che finisca anche nel caso del software.

La base dei sistemi opensource oggi disponibili è Unix – che esiste da quarant’anni. La risorsa più diffusa, da vent’anni, è Linux. Ovviamente non è l’unica possibile o immaginabile. Ma, visto che funziona bene e si evolve ancora meglio, all’attuale “stato dell’arte” è quella che merita la nostra attenzione.

È importante ricordare che non è una novità. Alla radice, è un sano “ritorno alle origini”. Ma è essenziale anche capire che, senza perdere le sue qualità di base, si evolve continuamente ed è capace di gestire anche le “cose nuove” (le poche davvero utili, ma anche, per chi le vuole, quelle più o meno futili e bizzarre che sono “di moda”).

*   *   *

E allora perché non c’è ancora una “migrazione universale” dall’assurdità dei sistemi operativi “proprietari” alla libertà dell’opensource? Per tre motivi.

Uno è l’abitudine. In ogni sorta di comportamenti la scelta più facile è “seguire la tendenza dominante”. Che così facendo si commettano errori pericolosi è evidente in un’infinità di cose. Ma, presto o tardi, deve venire il momento in cui riusciamo a liberarci delle cattive abitudini e degli infondati “luoghi comuni”.

Un altro è la paura. Non era ingiustificato il timore che cambiare sistema potesse essere impegnativo, difficile o scomodo. Me è proprio in questo che la situazione ora è cambiata e perciò quelle preoccupazioni diventano infondate.

Il terzo, e il più grave, è che i tecnici (e con loro i commercianti) sono “cresciuti alla scuola windows”. Non conoscono altri sistemi e hanno paura di non saperli gestire. Per un buon tecnico non è difficile imparare il “linguaggio” Unix. Ma hanno poca voglia di farlo e si accoccolano nell’abitudine finché “il mercato non richiede” di passare a risorse più sane.

Così siamo in un circolo vizioso di inerzia. Chi trarrebbe vantaggio da un servizio migliore non lo chiede, aspetta che glielo offrano. Chi potrebbe avere successo offrendolo, non solo aspetta che glielo chiedano, ma spesso si sottrae al compito per evitare di imparare quello che non sa. Il risultato è che (nonostante le chiacchiere sull’innovazione) prevale la stasi.

Mi dispiace dirlo, ma c’è qualche errore anche da parte della “comunità linux” quando si comporta come una confraternita esoterica dedita ai suoi dibattiti interni, con un palese disprezzo per l’ignoranza del “volgo profano”.

*   *   *

Tutto questo ora può cambiare, perché c’è un fatto nuovo. Dove sta il “piccolo cambiamento con grandi risultati”? Nella facilità di installazione e gestione del software.

Da alcuni anni usare i sistemi linux è diventato facile e comodo anche per i “non tecnici”. Ma, fino a un anno fa, quando si trattava di installazione, aggiornamento e gestione del software, lo scontro era con l’astrusità (reale o apparente) del “linguaggio Unix”. E trovare un tecnico che lo conosce è un’impresa difficile.

Lascio a chi ne ha le competenze tecniche il compito di capire quanto la “svolta” sia merito di Linux in generale o di una release, la sudafricana Ubuntu (che uso da cinque anni e che è generalmente considerata la migliore oggi disponibile – non è “un caso”che sia basata su Debian, la più classica delle impostazioni Unix). Ma il fatto è che la frontiera dell’opensource “facile per tutti” è finalmente superata. Si tratta di approfittare dei molti vantaggi che ci offre questo sviluppo.

Naturalmente nessuno è perfetto. Ci sono sempre cose migliorabili. Ma lo sviluppo è continuo. Non solo nel sistema operativo, ma anche in importanti software (per esempio nella suite open office) ci sono recenti, e rilevanti, progressi. Comunque già oggi, così com’è, Linux (in generale l’opensource) è più solido e affidabile dei maldestri e fragili sistemi cui, purtroppo, quasi tutti sono abituati.

*   *   *

Quando ne parlo con qualcuno che conosce l’argomento, la risposta più frequente è “era ora”. Infatti non si capisce perché ci abbiano messo vent’anni. Ma “meglio tardi che mai”. Il problema è che, stranamente, il discorso si ferma lì. Come se fosse diffusa una stanca rassegnazione.

Linux è meglio perché non costa soldi e non costringe a pseudo-nuove versioni costose quanto inutili? È vero ed è un vantaggio “non trascurabile”. Si può affermare che Linux è meno attaccabile dai virus? Finora sembra davvero “immune”. Non possiamo essere certi che lo sarà sempre e del tutto. Ma intanto è una qualità molto confortante.

È vero che i sistemi opensource sono aperti, verificabili, non hanno trucchi nascosti e possono essere liberamente migliorati, o adattati a esigenze particolari, da tutti i programmatori che sanno come si fa? Si, è così. E non è cosa da poco.

Ma non finisce qui l’elenco dei vantaggi. Che sono tanti. Soprattutto è un sistema intrinsecamente più solido e affidabile.

(C’è un’eccezione – riguarda gli appassionati di Apple-Mac. Sanno, da sempre, di usare un sistema “chiuso”. E non è vero che sia diventato “compatibile”. Ma se questa è la loro consapevole scelta, è ragionevole che continuino così).

Sono “in gestazione” nuovi sistemi operativi? Pare di si. Vedremo. Se saranno aperti e liberi, ben vengano a offrirci altre possibilità di scelta. Ma intanto badiamo a quello che c’è.

Come si canta nella Marsigliese, “il giorno è arrivato”. Che sia o no “di gloria” è questione di stile e di punti di vista. Ma in pratica è un fatto.

*   *   *

Rimangono alcuni dubbi? Vediamoli.

C’è il rischio che qualcosa fatto o organizzato con un vecchio sistema vada perso o diventi ingestibile? Poco o nulla (comunque meno di ciò che accade passando da una “versione” a un’altra del sistema più diffuso). Ma, per maggiore sicurezza, ci sono due modi per evitare il problema. E ad abundantiam si possono usare tutti e due.

Uno è la nuova (dal 2008) risorsa che ha il simpatico nome wine (vino) con il simbolo di un bicchiere come questo.

wine

Senza alcun rischio alcolico, gestisce software progettato per windows in un sistema operativo opensource. È ancora in sviluppo, ma ha già un buon livello di funzionalità.

L’altro è il dual boot (“doppio avviamento”). Si può organizzare una macchina in modo che funzioni con Linux, ma avendo anche la possibilità di continuare a usarla con il vecchio sistema che avevamo – e tutto ciò che contiene.

Queste prudenze possono rassicurare chi non si sente del tutto tranquillo, all’inizio, nel passare a un sistema migliore – avendo la confortante sicurezza di poter “tornare indietro” se e quando ne sentisse il desiderio. Per poi, probabilmente, accorgersi che non ne ha alcun bisogno.

*   *   *

Ma c’è un problema. Che non è tecnico, è culturale. Con tutti i sistemi, talvolta occorre un aiuto professionale. I tecnici che conoscono bene Linux (o in generale l’opensource) sono ancora pochi. Trovarli è difficile – e sono spesso molto impegnati. Se per arrivare a una “svolta” nella gestibilità del sistema ci sono voluti vent’anni, è ragionevole sperare che per le risorse umane l’attesa possa essere meno lunga. Ma (come in ogni altro sviluppo) è sempre questo il nodo più importante da sciogliere.

Coraggio, questa volta ci siamo. Finalmente è venuto il momento, per tutti, di liberarci delle vecchie catene, uscire alla luce della libertà. E lavorare (o informarci, o comunicare, o divertirci) con meno pasticci e con risorse più affidabili.




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