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I nodi della rete
di Giancarlo Livraghi
novembre 2005


Il virus della Sony


Un “nuovo virus” elettronico non è una notizia. Ce ne sono più di centomila – e quasi ogni giorno se ne aggiunge qualche insidiosa variante. Ma il “caso Sony” ha suscitato un notevole interesse in mezzo mondo – perché non si tratta del “solito virus”, ma di un software nocivo e pericoloso installato a tradimento da una grande impresa.

In sintesi, si tratta di un software “anti copiatura” che si installa senza il consenso di chi lo riceve – e che si comporta come un virus, nascondendosi nel sistema operativo del computer, dove può fare danni (e, in più, favorire l’azione nociva di altri virus). È anche un virus particolarmente maligno, che non è facile individuare ed estirpare.

Pescata in castagna, la Sony si è tirata la zappa sui piedi, diffondendo una patch che (dice) rimedia al danno – e così ammettendo pubblicamente l’abuso (con l’aggiunta assurdità del fatto che per usare la “pezza” occorre richiedere il suo consenso, così rischiando ulteriori invasività).

È inquietante il silenzio dei “grandi mezzi” di informazione, che a tutt’altro genere di virus hanno dedicato un’enorme attenzione confusa e allarmistica, inducendo mezza Italia a temere che si possa contrarre qualche orribile malattia mangiando un uovo o un po’ di carne di pollo. E hanno, in molte occasioni, diffuso notizie esagerate e imprecise su virus capaci di “distruggere un computer” – specialmente quando, per inadeguate difese di sicurezza, erano contagiate grosse organizzazioni.

(Per non parare delle molte “bufale” quando notizie false, messe in giro per burla o per maligni “esperimenti culturali”, sono state diffuse come vere).

In questo caso, stampa e televisione hanno trascurato la notizia o, quando l’hanno riferita, l’hanno trattata in modo superficiale, come un piccolo inconveniente già rimediato (cioè con un’interpretazione favorevole alla Sony).

Sul “caso Sony” si è molto discusso in rete – e si continua a farlo. Ha suscitato un largo interesse internazionale l’iniziativa dell’associazione italiana per la libertà di comunicazione online. Il 4 novembre 2005 ALCEI ha diffuso un comunicato in cui annuncia di aver avviato la procedura di accertamento per un’azione penale contro Sony BMG Entertainment. Ovviamente non si tratta tanto del singolo caso, quanto dell’affermazione di un principio.

L’abuso commesso da Sony è particolarmente evidente, ma non è un “caso isolato”. Sono infinite le forme di invadenza, le cui conseguenze variano da ingombri fastidiosi a danni di crescente gravità. Non solo soltanto iniziative di piccoli avventurieri o truffatori di varia specie, ma anche di grosse organizzazioni che “eccedono” nella difesa e imposizione dei loro egoistici privilegi.

Non solo le autorità di controllo, ma anche gli interessi economici continuano a ignorare o sottovalutare il problema, che (oltre a danneggiare un’infinità di persone innocenti) compromette la credibilità delle imprese sane e corrette.

C’è un ironico “contrappasso” nel fatto che si tratta di un’azione penale. C’è una distorsione della legge italiana (già molte volte segnalata in queste pagine e anche in parecchie altre sedi, a cominciare dai documenti di ALCEI). Si tratta di norme assurde (ottenute dalle potenti lobby di grandi interessi discografici, dello spettacolo e del software) che a una perversa interpretazione del “diritto d’autore” aggiungono un’insensata definizione del semplice “possesso” di copie non autorizzate (di musica, video o software) perseguibile come se fosse un efferato crimine.

Altre leggi (più legittime e sensate) stabiliscono che sono perseguibili secondo il codice penale attività invasive e dannose come il virus diffuso dalla Sony. I tempi della giustizia sono notoriamente lunghi... questa vicenda potrà durare chissà quanto negli accertamenti d’obbligo e nelle aule dei tribunali. Ma intanto la denuncia è chiara – e non è detto che la stessa istanza non possa essere proposta anche in altre sedi. Come già osservato, ciò che conta non è il singolo caso, ma tutto ciò che se ne può dedurre nel quadro generale.




Intanto... si sta sviluppando un altro curioso aspetto di questa vicenda. Pare che il sofware incriminato sia in violazione della L.G.P.L. (lesser general public license) – una forma particolarmente aperta e libera di gestire i diritti sui programmi opensource.

In parole povere, un dispositivo della Sony per “proteggere il diritto d’autore” è in violazione di quei diritti che dice di voler proteggere.



Un’ampia documentazione su questo argomento,
con diversi approfondimenti, contributi e opinioni,
si trova nel numero 335 di InterLex.



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