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I nodi della rete
di Giancarlo Livraghi
14 – aprile 2002


Fallaci
un po’ troppo rapace


 

Si è discusso molto su alcuni articoli di Oriana Fallaci – e in particolare su quello del 29 settembre 2001, La rabbia e l’orgoglio (che poi è diventato un libro). Naturalmente la signora Fallaci è libera di esprimere tutte le opinioni che vuole. Le sue osservazioni possono essere più o meno condivise, ma un contributo vigoroso, irriverente, aggressivo è spesso meglio di tanti opportunismi.

Tuttavia... alcuni eventi successivi gettano un’ombra strana, ambigua e umiliante, sulla sincerità delle sue intenzioni.

I fatti sono spiegati con limpida chiarezza nell’articolo di Andrea Monti che riporto per intero qui di seguito. Le domande che rimangono senza risposta sono almeno due.

Perché Oriana Fallaci, invece di incoraggiare la diffusione delle sue idee, si è schierata aggressivamente insieme al suo editore per reprimere la diffusione del suo articolo?

Perché né lei, né la casa editrice hanno avuto il buon senso di capire che le citazioni online non potevano ledere i loro interessi ma, al contrario, contribuivano alla conoscenza e perciò alla vendita del libro?

In questa piccola ma fastidiosa vicenda c’è una perversa mescolanza di ingordigia, ignoranza, stupidità e rozzezza culturale. Un’ombra sgradevole cui difficilmente Oriana Fallaci (e con lei la casa editrice) si potrà liberare se non ritirando l’assurdo e squallido mandato che ha dato ai suoi legali – e chiedendo pubblicamente scusa. Cose che finora non ha fatto.




Quello che segue è un articolo di Andrea Monti
pubblicato su Punto Com il 17 aprile 2002


Fra i tanti dibattiti innescati dagli articoli di Oriana Fallaci c’è quello relativo alla discutibile azione legale promossa dalla scrittrice contro chi ha spontaneamente e in buona fede ripreso il testo di un suo articolo e lo ha pubblicato online, accusato – con dubbio fondamento giuridico e ancora meno legittimità culturale – di provocare danni sia all’autrice, sia all’editore.

La rabbia e l’orgoglio – questo è il titolo del pezzo – venne pubblicato dal Corriere della sera il 29 settembre 2001, e scatenò una tempesta di polemiche di rara violenza. Tanto erano profonde le ferite nelle quali veniva affondato il coltello, tanto era forte la voglia di capire le ragioni di un atto così grave. L’articolo – che poi si è “ingrandito” in un libro – era stato inizialmente messo online sul sito del quotidiano di via Solferino, per poi misteriosamente scomparire prima, riapparire nuovamente, per poi “dissolversi” nel nulla o essere irreperibile nell’inefficiente funzionamento dell’edizione online.

Nel frattempo, del tutto spontaneamente, molti hanno pensato di mantenere vivo il fuoco acceso dalla signora Fallaci ripubblicandone online il testo. Di questo non sono stati contenti né la signora Fallaci né l’editore Rcs che – dopo sei mesi – hanno pensato bene di promuovere un’ampia azione legale contro i “pericolosi criminali” colpevoli di avere riprodotto abusivamente l’articolo in questione. Provocando, si dice, non solo danni di notevole entità ai titolari dei diritti economici, ma anche la violazione della personalità dell’autrice.

Non è affatto certo, giuridicamente, che la ripubblicazione dell’articolo sia una violazione di legge. Ma è certamente assurda l’affermazione che questo abbia provocato dei danni.

Facendo i “conti della serva” in base a quanto diffusamente dichiarato si sa che il libro della signora Fallaci ha venduto oltre 800mila copie. Calcolando una royalty da “perfetto sconosciuto” pari al 10 % del prezzo di copertina (9,30), si può valutare che l’autrice abbia già maturato più di 700mila euro (pari a circa un miliardo e trecento milioni di lire). L’editore, invece, dovrebbe aver guadagnato oltre 3.500.000 euro – pari a circa sei miliardi e settecento milioni – su un ricavo quantificato nella metà del prezzo di copertina. A fronte di questo, non ci sono danni dimostrati derivanti dalla disponibilità online dell’articolo (che peraltro è soltanto una parte del libro).

Per di più, come sa chiunque abbia un minimo di esperienza nel settore editoriale, la presenza online di estratti o parti di libri ne favorisce la vendita piuttosto che deprimerla (vedi, ancora una volta, quello che accade su Amazon). Ma anche se fosse stata venduta qualche copia in meno, non sarebbe stato certo un dramma a fronte dell’importanza e della valenza culturale del dibattito provocato da quello scritto.

Quando le somme già guadagnate con la vendita del libro sono già ampiamente remunerative dei giusti diritti economici, quale ragione può mai avere un autore per accanirsi su un indimostrato e comunque irrilevante “danno” derivante dalla pubblicazione online? Una boccata di impegno civile non vale forse qualche spicciolo?

Insomma, per poca, improbabile, ipotetica pecunia la signora Fallaci ha ritenuto di invocare i rigori della legge invece di essere soddisfatta dell’effetto provocato dalle sue idee. Il che sarà anche giuridicamente praticabile ma è culturalmente ignobile.

Andrea Monti         
http://www.andreamonti.net




Post scriptum

Acuni giorni dopo... un articolo di fondo di Piero Ostellino sul Corriere della sera del 26 aprile 2002 racconta di minacce e persecuzioni contro Oriana Fallaci (in particolare da parte di integralisti islamici). Se è vero che è stata minacciata di morte – e purtroppo sembra credibile – ovviamente merita solidarietà. E non credo che ci possano essere dubbi sulla sua libertà di esprimere le sue opinioni con tutta la franchezza e la durezza che desidera. Non voglio neppure dubitare della sincerità dell’autore di quell’articolo (anche se è strano che la redazione del Corriere sia, o finga di essere, ignara dei dubbi e delle polemiche suscitate dal comportamento del suo editore).

In quel testo si parla con compiacimento della «spontanea diffusione che hanno avuto in tutto il mondo» gli articoli Oriana Fallaci e si dice che l ’autrice «non ha voluto una lira, un euro, un dollaro». Mentre nello stesso articolo si dice che il libro ha venduto un milione di copie. Un “fatturato” di nove milioni di euro, che fa aumentare di un quarto il “conto della serva”. Un legittimo guadagno che non sarebbe un problema se non ci fosse una ingiustificabile persecuzione, da parte del Corriere, contro la diffusione delle opinioni di Oriana Fallaci – e un imbarazzante contrasto fra l’agiografia e i comportamenti.

Si tace sul fatto che gli avvocati dell’editore e della signora Fallaci hanno scatenato una furibonda aggressione legale per sopprimere, in Italia e nel mondo, la “spontanea diffusione” di un articolo. E che il motivo di quella persecuzione è dichiaratamente materia di denaro (anche se la pretesa di danno economico è insensata, cosa che rende l’operazione ancora più isterica e incomprensibile).

La contraddizione è vistosa. La mancanza di qualsiasi risposta, chiarimento o spiegazione è, a dir poco, ambigua.

Giancarlo Livraghi   gian@gandalf.it  

 

 
 


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