Rosa dei venti

I Garbugli della Rete – 30
dicembre 1998

’O scarrafone

 
 
 
  Ci sono persone che mi conoscono, ma non sanno bene come sono fatto (soprattutto non sanno bene com’è fatta una macchina elettronica) e così ogni tanto mi dicono: «Tu, che sei innamorato del computer...». Ebbene, diamo una volta per tutte una chiara smentita a queste malelingue: fra noi c’è una convivenza, spesso disagiata. Forse è un matrimonio d’interesse; una collaborazione forzata; talora una travagliata amicizia. Ma non è amore.

Ci si può innamorare un po’ di un oggetto. Un libro può piacerci per il suo aspetto oltre che per il contenuto. Possiamo amare una sedia, un cuscino, un vecchio canterano, un bicchiere, una bicicletta, perfino un cacciavite (ne ho uno così bello e funzionale che mi incanto a guardarlo). Quando scrivevo con vecchie macchine meccaniche, confesso che qualcuna l’ho amata... specialmente la Valentina, con quel suo bel vestito rosso e un po’ scollato. Ai tempi ormai lontani in cui cominciavo a scrivere con un computer, all’inizio sentivo mancare il vecchio e abituale ticchettìo dei tasti (per fortuna, ancora oggi, ho una vecchia tastiera un po’ rumorosa, che fa quasi lo stesso effetto). Ma posso amare il computer? No.

Prima di tutto, è uno degli oggetti più brutti che ho mai avuto la disgrazia di avere in casa (o in ufficio). Con quel colore grigiastro, da divisa militare. Con quelle dimensioni ingombranti e sgraziate. Meno male che ora ho una tower che posso tenere sotto il tavolo, così si vede poco. Ma certo non giovano all’estetica dell’ambiente il brutto monitor, la squallida stampante, l’anonimo scanner, l’intrico di fili e di cavi... Ho un portatile che almeno è nero e ha una forma un po’ meno sgradevole. Ma neppure quello si può definire un capolavoro di design.

Ora qualcuno sta tentando di badare un po’ anche all’estetica. Per esempio la Apple ha lanciato un nuovo prodotto che è evidentemente un tentativo di distinguersi e di rendere l’oggetto un po’ più attraente. Probabilmente gli affezionati a macintosh (che sono un po’ fanatici) diranno che è bellissimo. Come dicono a Napoli... ogni scarrafone è bell’ a mamm’ soja. Ma io non sono la mamma di alcun computer (se lo fossi, mi vergognerei della mia prole). Quello scarafaggione verde mi sembra sinceramente brutto e un po’ kafkiano.

Ma l’estetica è il problema minore. Ciò che davvero rende difficile la convivenza con queste macchine è che funzionano malissimo. Certo: un word processor è un’invenzione straordinaria, infinitamente superiore a qualsiasi tradizionale “macchina per scrivere”. Ma sarebbe infinitamente meglio se non fossimo costretti (per necessità di comunicazione con altri) a usare sistemi farraginosi, mal concepiti, poco funzionali; così inutilmente complicati che se si ha la disgrazia di schiacciare un tasto sbagliato scatenano funzioni bizzarre e sconosciute; e che hanno la pessima abitudine di piantarsi nel momento peggiore possibile. (Da tempo ormai vado ripetendo che il principio fondamentale dell’informatica non è la Legge di Moore, ma la Legge di Murphy).

Certo: usare la rete è affascinante, per le possibilità di comunicazione e di informazione che offre. Ma chi dice che le tecnologie sono friendly ha un concetto un po’ perverso dell’amicizia. Già ai tempi antichi, quando si lavorava in “puro testo”, la cosa non era comodissima. Bisognava, bene o male, destreggiarsi fra editor e programmi di connessione, mailbox che non sempre funzionavano... maximus, telnet, “anonymous FTP”, per non parlare di ping, traceroute, gopher e veronica... Ma ora è peggio.

Il buon Berners-Lee aveva inventato un linguaggio HTML che ha non poche complicazioni e parecchi limiti, ma almeno era uguale per tutti. Adesso con l’idea di “migliorarlo” l’hanno reso così complicato che se una cosa è scritta per un certo browser si vede malissimo con un altro (e per piacere non parliamo di cookie, activex e altre corbellerie – o di quei siti dove non si vede nulla se non si scarica un software apposta).

Vado su in sito per vedere se hanno messo online le relazioni di un convegno, e sapete cosa trovo? Le voci in real audio. Cioè per non fare la fatica della “sbobinatura” mettono su le registrazioni così come sono, con i colpi di tosse e i rumori... e se voglio citare qualcosa non posso prelevare il testo, devo ascoltare e prendere nota, come facevo quando andavo all’università con quei professori poco diligenti che non consegnavano mai le dispense. Uno di centomila esempi di come si usa la tecnologia per fare le cose male e renderci la vita difficile. E poi ci sono quelli che per darti informazioni che starebbero in due pagine di testo mettono online una pesantissima presentazione in powerpoint...

Certo: non è mai colpa della macchina. Un computer è solo un calcolatore, che sa fare operazioni matematiche con estrema velocità. Per un computer il linguaggio è fatto di tanti 0 e tanti 1 – o di sequenze come ƒFЬ&!Q$Je n߲Jư| ! «$œ$ mentre ciò che a noi appare come testo per lui è un ammasso indecifrabile di caratteri incoerenti. È così completamente stupido che non può essere responsabile né delle cose che funzionano, né delle mille disfunzioni e complicazioni che ci fanno quotidianamente soffrire. La “colpa” è sempre e solo di un essere umano che ha concepito qualche procedura sgangherata o interfaccia incomprensibile, o programmi che interferiscono fra loro e si intralciano a vicenda.

E intanto... per complicarci la vita ancora di più hanno abolito, o ridotto al minimo, i manuali “cartacei” (tanto è vero che c’è una prospera editoria di pesanti e costosi volumi che servono solo a tentare di spiegarci come funziona questo o quel programma). Già quei manuali erano poco comprensibili; ma è ancora peggio con i cosiddetti online help dove, in mezzo a una montagna di ovvietà, manca quasi sempre la cosa che ci interessa; e dove se chiediamo che cosa vuol dire “piranzolare il pistroforo” ci si risponde “questa funzione serve per la piranzolazione dei pistrofori”. E in nessun angolo del programma c’è una definizione di “pistroforo” o di “piranzolare”.

Mi è capitato, più di una volta, di trovarmi davanti a una funzione incomprensibile e di chiedere lumi a un ingegnere elettronico. È sempre più frequente sentirsi rispondere: «Mah, non ne ho la minima idea. Prova e vedi che cosa succede. Ma prima fai un backup, per il caso che ti mandi in tilt tutto il sistema».

La mia vita con il computer è tutto fuorché una storia d’amore.


 

   
 
Giancarlo Livraghi – gian@gandalf.it
  dicembre 1998


 

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