Rosa dei venti

I Garbugli della Rete - 13
giugno 1997

Siamo tutti criminali?

 
 
 
 

Si è già detto della tendenza a “criminalizzare” la rete, parlando di attività più o meno illecite, che si incontrano dovunque, come se fossero caratteristiche dell’internet. Ma c’è di peggio. Nascono nuove leggi e non è facile capire che cosa prescrivono o proibiscono.

In Italia ci sono troppe leggi: almeno 100.000 più di quelle che servono. Nessuno finora ha risolto il problema. Anzi si continuano ad ammucchiare leggi su leggi, spesso confuse e incomprensibili, spesso contraddittorie, così chi obbedisce alla legge A è in violazione della legge B, e siamo costretti a vivere in una selva di presunte illegalità.

Fra le novità discutibili c’è la legge sulla tutela dei dati personali, che è entrata in vigore l’8 maggio 1997 e che nessuno sa come interpretare o applicare. L’intenzione è giusta; il modo in cui è fatta la legge, no. È un papocchio talmente complesso che anche i giuristi faticano a decifrarlo. Istituisce l’ennesimo carrozzone all’italiana, un “ufficio del garante” che difficilmente riuscirà a garantire qualcosa ma rischia di sottoporci a pesanti, quanto inutili, percorsi burocratici.

Se la legge non sarà corretta da norme interpretative, per il solo fatto di comunicare in rete ci si può trovare in una serie di impicci e di obblighi cui non è facile adempiere.

Basterebbe, per esempio, che un messaggio, in cui si citano i “dati personali” di qualcuno, passasse attraverso un paese che non è certificato come “sicuro”. Nessuno ha stabilito quali siano i paesi “sicuri”, quindi può essere “insicuro” qualsiasi posto fuori dall’Unione Europea. Se mandassi la biografia di mio cugino a un amico a Ginevra, e non informassi preventivamente il “garante”, potrei essere passibile di penalità civili paragonabili a quelle prescritte per l’impiego dell’energia nucleare; per non parlare delle conseguenze penali. E non si tratta solo della destinazione, ma anche del transito come se qualcuno di noi fosse in grado di sapere per dove passerà un messaggio spedito via internet.

Chi ha un sito web... potrebbe essere considerato responsabile del contenuto di tutti i siti con cui ha un link.

Se evitassi di usare la rete per qualsiasi cosa che possa somigliare a un “dato personale”, chiudessi ogni mia presenza in siti web, formattassi il mio hard disk e poi evitassi di inserire nel computer qualsiasi informazione su chiunque, sarei al sicuro? No.

Supponiamo, per esempio, che una persona venga a chiedermi consiglio perché sta cercando lavoro. Leggo il suo curriculum: so che studi ha fatto, che preferenze culturali ha, eccetera. Mi racconta anche, privatamente, alcune preoccupazioni sulla sua salute, quindi “entro in possesso di dati delicati” che la riguardano. Non prendo nota di queste cose, né le metto nel computer. Ma non posso impedire che entrino nella mia mente, quindi le “ho in memoria”. Sono “in possesso di dati”, cosa che potrebbe interessare al Garante.

E ancora... quelle informazioni non sono fondamentali per me, quindi è facile che le dimentichi. Non posso farlo. Prima di dimenticarle, dovrei chiedere al Garante quali misure di sicurezza adottare per evitare di “distruggere dati”.

L’unico modo per essere sicuro che non sarò condannato a gravi pene è fare l’eremita in una grotta e parlare solo con gli animali della foresta (finora non è prevista la tutela dei dati personali degli scoiattoli e delle formiche).

In pratica, con questa legge, la reale tutela dei dati personali diventa ingestibile; mentre si crea un organismo, dove va a depositarsi una grande massa di informazioni, che potrebbe facilmente trasformarsi da garante a inquisitore. O, se anche una sola persona del suo numeroso organico fosse un po’ birichina, o ci fosse una fessura nei suoi sistemi di sicurezza, diventare una fonte per la diffusione e il commercio clandestino di dati.

Ma non finisce qui... un progetto di legge per la protezione dei minori (che potrebbe già essere legge quando uscirà questo articolo) dice che la diffusione di materiale “pornografico” è un reato “anche se fatta per via telematica”.. Questa inutile e pleonastica precisazione sottintende un pregiudizio... sarebbe come dire “è punibile chi rompe la testa a qualcuno, anche con una pentola”. Cioè definire le pentole come armi pericolose, senza neanche spiegare perché.

Ci sono altre leggi che possono prestarsi alle più bizzarre interpretazioni. Per esempio la legge sui “crimini informatici” proibisce la detenzione di software atti a “ledere” il funzionamento di un computer. Sono un fuorilegge, perché in un sistema operativo che uso c’è un file che si chiama FORMAT.COM?

Insomma il legislatore sembra molto occupato, mentre finge di proteggerci, a trasformarci in criminali.  Povera Italia.


 

   
 
Giancarlo Livraghi
gian@gandalf.it
  aprile 1997
 



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