Trasparenza, compatibilità, opensource:
non è solo un problema di tecnologie

Un articolo su Agonistika di Giancarlo Livraghi gian@gandalf.it

marzo 2000



 
 
La "schiavitù elettronica", cioè l'asservimento a tecnologie inefficienti, incompatibili e non trasparenti, è un problema che investe la società civile e la vita quotidiana di tutti. È venuto il momento di risolverlo.


Fino a pochi anni fa, sembrava che la condanna all'uso di tecnologie sempre più complesse e sempre meno efficienti fosse un'abitudine universalmente accettata. Solo poche persone con un buon livello di competenza tecnica, o con un'esperienza non troppo recente dell'internet, capivano il crescente disagio cui siamo sottoposti per il modo assurdo e perverso con cui sono concepiti i sistemi operativi (e perciò tutto il software) e di conseguenza anche i sistemi di comunicazione in rete.
Sembrava anche che fra i sistemi aperti (freeware) e il predominio dei sistemi proprietari e chiusi ci fosse un abisso incolmabile, quasi una guerra di religione. Nel 1997 cominciò a svilupparsi diverso modo di pensare. La relazione di Keith Porterfeld alla O'Reilly Perl Conference e un famoso articolo di Eric Raymond (The Cathedral and the Bazaar, che poi è diventato un libro) aprirono una nuova prospettiva. Fra il software "commerciale" e quello "aperto" non c'è un contrasto insanabile. Sono due aspetti che possono convivere in uno sviluppo più efficiente, trasparente e davvero compatibile, con beneficio di tutti; soprattutto delle persone, organizzazioni e imprese che hanno bisogno di sistemi migliori, ma anche dei programmatori e delle software house che sappiano guardare oltre qualche miope interesse "di bottega".
Da alcuni anni il monopolio della Microsoft non è più considerato una fatalità inevitabile, ma comincia a essere contestato. Sistemi aperti come Linux non sono più l'esperienza di pochi "iniziati" ma cominciano a trovare uno spazio crescente sul mercato; e cominciano a parlarne anche i "grandi mezzi di informazione", che fino a sue o tre anni fa avevano completamente ignorato il problema. Che una sola impresa abbia il 90 per cento di qualsiasi mercato è sicuramente un problema grave; tuttavia non è quello il fatto più importante. Ciò che conta non è tanto il fastidio che quel monopolio può dare ai suoi concorrenti quanto il danno che deriva a tutto il mondo dall'obbligo di fatto a usare software di qualità discutibile, di prezzo assurdamente alto e soggetto a continue inutili "innovazioni" e a un cronico sovraccarico di funzioni che ne diminuiscono l'efficienza e che costringono ad usare macchine di potenza (e costo) molto superiore a ciò che occorrerebbe con sistemi più efficienti e compatibili.
In realtà non si tratta solo di software; ma prima di proseguire vediamo brevemente (per chi non lo sapesse) che cosa significa open source. Si tratta di sistemi o programmi di cui è pubblico e noto a tutti il "codice sorgente". Con due sostanziali vantaggi. Uno è la trasparenza: non è possibile annidare in quel software funzioni non dichiarate e nascoste, che possono fare ogni sorta di brutti scherzi. L'altro è che (se oltre a essere open è anche free, cioè non necessariamente gratuito, ma liberamente modificabile) tutti i programmatori di tutto il mondo possono contribuire al miglioramento di quel software; e lo possono cambiare e adattare come vogliono secondo le loro esigenze.
Ma quello del software è solo un aspetto di un problema più esteso. Per esempio i "linguaggi" di cui ci serviamo per comunicare in rete. Quando, dieci anni fa, Tim Berners-Lee ha ideato l'HTML (su cui si basa la world wide web) ha concepito un sistema aperto, gratuito e universalmente compatibile. Ma poi le cose si sono assurdamente complicate, fino al punto in cui i sistemi non sono più compatibili e ci sono assurde differenze fra il modo in cui un testo, o qualsiasi altra cosa online, viene letto da diversi browser.
Si tratta solo di problemi tecnici? No. Proviamo a immaginare che sia diffusa l'abitudine di usare una certa penna, prodotta da un certo fabbricante che ne definisce le caratteristiche come vuole, e le cose scritte con quella penna non siano leggibili se non si hanno gli occhiali fatti dallo stesso produttore; che ogni tanto decide di cambiare qualcosa, così se vogliamo che gli altri ci leggano o vogliamo leggere ciò che altri ci scrivono siamo costretti a sostituire penna e occhiali con un nuovi modelli (e a pagare il fabbricante per il danno che ci sta facendo). Proviamo a immaginare che la fornitura dell'acqua potabile sia affidata a una sola impresa privata, che ne decide il prezzo come vuole e che non ci permette di fare un'analisi chimica per vedere che cosa c'è dentro. Proviamo a immaginare che qualcuno sia proprietario dell'alfabeto e delle note musicali, con la facoltà di modificare i codici come e quando vuole e di imporci (a pagamento) le sue regole ogni volta che scriviamo o leggiamo, suoniamo, cantiamo o ascoltiamo musica. Proviamo a immaginare che qualcuno, che controlla le tecnologie, stia facendo tutto il possibile per controllare anche i contenuti; e ci stia riuscendo, con la collaborazione del nostro governo (come dei governi di mezzo mondo) e delle nostre scuole. Sono incubi e fantasie? No. Questo è quello che sta succedendo. Solo con molti anni di ritardo, e con un atteggiamento troppo timido e indeciso, le autorità e i mezzi di informazione stanno cominciando a percepire che forse c'è un problema.
L'internet è basata su sistemi aperti e trasparenti. Se non lo fosse, non avrebbe potuto avere lo sviluppo che ha. Ma ora si tenta di deformare anche la rete, cercando di imporre sistemi di accesso "proprietari" di cui non c'è alcun bisogno, di complicare i linguaggi in modo da farli diventare incompatibili, eccetera.
Nicholas Negroponte è noto come uno dei più accaniti sostenitori della tecnologia a tutti i costi. Ma in un recente convegno a Milano perfino lui ha dovuto ammettere che così non si può andare avanti. Ha detto a chiare lettere che i computer di quindici anni fa funzionavano molto meglio, che la potenza dei computer di oggi è consumata in gran parte dall'inefficienza dei sistemi operativi, che i costi che stiamo sopportando (di soldi e di inefficienza) sono intollerabili. Questo, naturalmente, è un problema grave per quella gran parte dell'umanità che è ancora esclusa dai nuovi sistemi di comunicazione. Ma non si tratta solo dei "paesi in via di sviluppo". Anche in Italia non ha senso che un computer costi quattro volte quello che dovrebbe, funzioni molto peggio di come potrebbe, e debba essere rinnovato ogni pochi anni solo per far posto a software inutilmente ingombranti con migliaia di funzioni del tutto inutili per la maggior parte degli utilizzatori.
Insomma è venuto il momento di cambiare strada. Anzi siamo già molto in ritardo... ma non ci resta che dire "meglio tardi che mai". E l'unica soluzione è che i sistemi di base (software, linguaggi, protocolli) siano trasparenti e completamente compatibili. Non è un problema tecnico; è un problema sociale e civile, che investe tutta la nostra vita come persone (anche quella di chi non ha mai usato non userà mai un computer) e il tessuto della società in cui viviamo.
La tecnologia deve essere un "bene comune", una risorsa condivisa e uguale per tutti. Speriamo che, presto o tardi, se ne occupino seriamente le autorità italiane ed europee. Ma intanto è necessario che noi, come cittadini, ci rendiamo più seriamente conto della situazione. Le soluzioni tecniche ci sono; quella che manca è la volontà politica e anche una percezione chiara da parte dell'opinione pubblica e della società civile. Il problema sta cominciando a uscire dall'ombra, si sta cominciando a capire che non siamo obbligati a subire la sciagura e l'ingiustizia dei sistemi impenetrabili e incompatibili. Ma le resistenze sono molte e le lobby di chi ci sta sfruttando sono potenti. Dovremo tutti, ostinatamente, uscire dalla rassegnazione e impegnarci perché su questi problemi si faccia luce: così che ci si possa finalmente avvicinare alle soluzioni di cui tutti abbiamo bisogno.


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Su questo argomento vedi il comunicato di ALCEI
Liberarci dalla schiavitù elettronica



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