labirinto
Il filo di Arianna


gennaio 2009

Giancarlo Livraghi – gian@gandalf.it


Disponibile anche in pdf
(migliore come testo stampabile)
 


La bella Valen-tina


Le belle ragazze sono tante.
Di Valentine (Olivetti) ce n’è una sola.



Il gioco di parole nel titolo è una sciocchezza, di cui mi vergognerei se non fosse un’occasione per parlare di cose serie. Il fatto può sembrare futile. Ma c’è qualcosa di interessante in queste fotografie.


Tina Fey     Tina Fey

 
Tina Fey è nota per aver ideato e interpretato sitcom di successo, ma ha avuto un momento di particolare fama nell’ottobre 2008,
durante la campagna elettorale negli Stati Uniti, per la sua riuscita imitazione di Sarah Palin, allora candidata alla vicepresidenza.


Non è facile capire se Tina Fey, attrice, umorista, scrittrice e autrice di programmi televisivi, usi davvero una macchina da scrivere [so che “da” è sgrammaticato, ma non riesco a dire “per”] cui è particolarmente affezionata – o se si tratti di una messinscena per un servizio fotografico (che ha avuto un certo successo – e che abilmente suggerisce l’idea di una giovane donna di spettacolo non solo attraente, ma anche capace di scrivere bene).

Il fatto interessante è che si tratta di un “classico” del design italiano: la Valentine Olivetti (1969) di cui, per chi bada alle date, si potrebbe celebrare il quarantesimo compleanno. Bella e affascinante oggi come allora.


Valentina


Nelle biografie o rimembranze di famosi scrittori e giornalisti, come di tanti meno noti, compare spesso un’altra Olivetti. La gloriosa Lettera 22.


Lettera 22
 
Un dettaglio curioso è che quella nelle fotografie di Tina Fey
non è un’autentica Valentine,
ma sembra una Lettera 22 verniciata di rosso.
 

Fra i tanti ci sono anch’io. Ho voluto molto bene a quella fedele compagna di mille avventure del fare e del pensare. Ma poi mi sono innamorato di sua sorella, la Valentine (visto che è italiana, l’ho sempre chiamata affettuosamente Valentina). Ne avevo tre (una in ufficio, una in casa e una in barca). E ne ho ancora due.

(No, le mie non sono in vendita. Ma la bella Valentine è esposta al Museum of Modern Art a New York e in vari altri, anche in Italia. Pare che se ne possano trovare in commercio alcuni esemplari, per parecchie centinaia di euro, ma non so quanti siano ancora disponibili).

La meccanica è la stessa della Lettera 22. L’estetica è molto superiore. E la Valentine è anche “portatile”, con un ingombro che sembra grosso rispetto ai sottili laptop di oggi, ma con un comodo manico e una bella, robusta valigetta che a quell’epoca era molto più pratica di qualsiasi altro contenitore disponibile. E ancora oggi non si vedono in giro soluzioni altrettanto semplici e intelligenti.


Valentina


Inevitabilmente ho dovuto abbandonare la Valentina (anche se ancora oggi, ogni tanto, mi piace guardarla e toccarla) quando, più di vent’anni fa, ho cominciato a usare un personal computer. Straordinariamente più pratico, ma implacabilmente brutto.

Non ho mai capito perché i computer siano stati, per tanti anni, gli oggetti più brutti che avessimo in casa e in ufficio. Con un deprimente colore grigiogiallastro, forme sgraziate e sgradevoli, scomode oltre che antiestetiche. Oggi le cose sono un po’ cambiate, ci sono macchine meno brutte, colori meno squallidi, ma si potrebbe fare molto di più per migliorare l’estetica (oltre alla funzionalità, che con crescenti quanto inutili complicazioni sta sempre più degradando).

È doloroso constatare che quella straordinaria filosofia d’impresa (e qualità tecnica ed estetica dei prodotti) che aveva realizzato Adriano Olivetti sia così tristemente tramontata. E, in generale, che l’Italia (pur con alcune eccezioni che continuano a crescere con successo) abbia largamente perduto non solo qualsiasi significativa presenza nello sviluppo dell’elettronica, ma anche quella qualità di “disegno industriale” che per molti anni ci era stata riconosciuta a livello mondiale.

Prima che sia qualcun altro a toglierci il primato (per esempio gli Stati Uniti d’America, dove rifioriscono gli studi di design) uno dei modi per “rilanciare” l’economia e l’identità dell’Italia nel mondo è riscoprire e coltivare bene quella straordinaria dote che sta nel combinare efficienza ed estetica, ergonomia e bellezza.

Non si tratta solo di Stradivari – o dei bravi liutai che ci sono ancora. Né solo delle piastrelle di Sassuolo, che sciaguratamente oggi sembrano in difficoltà per la “crisi” internazionale dell’edilizia. Gli esempi sono tanti, elencarli sarebbe lungo. Ma sono pochi rispetto alle possibilità che si potrebbero moltiplicare. (Un caso a parte è quello della moda, abbigliamento e relativi accessori, che per molti motivi è un mondo diverso).

Possiamo in mille cose, tradizionali o modernissime, artigianali o industriali, dalle macchine più complesse agli oggetti più semplici, dai grandi piani urbanistici ai piccoli accessori casalinghi, ritrovare con entusiasmo e passione quella capacità di “arti e mestieri”, di gusto del bello funzionale, che era la nostra gloria nel Rinascimento e che ci ha dato parecchi successi anche in epoche molto più recenti.





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