A proposito di banane

Giancarlo Livraghi – agosto 2013

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(migliore come testo stampabile)


Di solito scrivo su cose serie (con l’intenzione e la speranza di non essere mai noioso, neppure troppo “serioso”). Ma oggi, mentre siamo travolti da una grottesca sarabanda di illazioni, ipotesi, indiscrezioni, divagazioni e pettegolezzi sulla confusa situazione politica italiana (e su poco chiare vicende internazionali) mi viene voglia di dedicare un po’ di tempo a un argomento “leggero”. (Per trarne, sorridendo, alcune deduzioni non “futili”).

È bizzarramente citato in giro per il mondo lo stupido episodio di un imbecille razzista che a Cervia, il 27 luglio, ha lanciato due banane contro Cécile Kyenge, ministro per l’integrazione. Giustamente trascurata da lei come idiozia che non merita commenti. Lo scemo ha anche sbagliato la mira, le banane sono cadute davanti all’assessore comunale alla sicurezza, che le ha raccolte e se le è messe in tasca. Una banale piccolezza, solo un infinitesimale dettaglio nelle complessità dell’immigrazione, dell’integrazione e delle poco diffuse, ma pericolose, frange di razzismo che purtroppo non sono estinte.

Ma mi fa venire in mente un’altra vicenda in cui si trattava di banane e di una donna di pelle scura. A differenza del minuscolo e meschino episodio di Cervia, è una storia lunga, interessante, curiosa e significativa.

Ed è un chiaro contributo all’eliminazione di ogni pregiudizio razzista.

Quasi novant’anni fa, nel 1925, arrivò a Parigi Josephine Baker. Aveva 19 anni, ma già un carattere molto marcato. Ballerina, cantante, attrice, ebbe un grande e durevole successo. Brillante e spiritosa, seducente e divertente, sapeva essere “diva” senza mai prendersi troppo sul serio. Ernest Hemingway la definì «la donna più sensazionale che si sia mai vista».

In alcuni spettacoli danzava indossando solo un gonnellino di banane e una collana. Ma la sua nudità, ironica e maliziosa, non era mai volgare.

Baker

La più nota delle sue canzoni è J’ai deux amours, mon pays et Paris.
Questo è il testo, che non è difficile capire anche sapendo poco il francese.

Ma, per chi la vuole, c’è una traduzione.

On dit qu’au delà des mers
Là-bas sous le ciel clair
Il existe une cité
Au séjour enchanté
Et sous les grands arbres noirs
Chaque soir
Vers elle s’en va tout mon espoir

J’ai deux amours
Mon pays et Paris
Par eux toujours
Mon coeur est ravi
Ma savane est belle
Mais à quoi bon le nier
Ce qui m’ensorcelle
C’est Paris, Paris tout entier
Le voir un jour
C’est mon rêve joli
J’ai deux amours
Mon pays et Paris

Quand sur la rive parfois
Au lointain j’aperçois
Un paquebot qui s’en va
Vers lui je tends les bras
Et le coeur battant d’émoi
A mi-voix
Doucement je dis “emporte-moi!”

J’ai deux amours...

È volutamente poco chiaro quale sia “il suo paese”. Memphis, Tennessee, Stati Uniti, dove era nata – o la savana di un’Africa dei suoi sogni?

La sua infanzia e adolescenza erano state povere e difficili, fino a quando aveva cominciato ad avere qualche successo nello spettacolo (e si era trasferita a New York).

Le condizioni di una “creola”, a quei tempi e in quei luoghi, erano ancora sacrificate dal razzismo. Josephine Baker ha trovato la sua piena libertà di espressione a Parigi. È diventata cittadina francese nel 1937.

Non ha mai avuto alcuna “carica” politica. (Nel 1968, dopo l’assassinio a Memphis di Martin Luther King, di cui era collaboratrice e amica, le era stato proposto di mettersi alla guida del suo movimento. Non accettò l’offerta).

Ma era forte il suo impegno contro il razzismo e per la libertà. Compresa l’intensa attività in aiuto alla resistenza durante l’occupazione nazista della Francia – per questo dopo la guerra è stata nomominata Chevalier de la Legion d’Honneur.

Proprio per problemi di razzismo, per molto tempo Josephine Baker è stata meno ammirata in America che in Europa. Ma poi la cultura si è evoluta negli Stati Uniti e il pregiudizio ha perso il sopravvento. È vissuta abbastanza a lungo (fino al 1975) per avere la soddisfazione di di essere apprezzata, stimata e rispettata anche nel paese in cui era nata.

Un dettaglio curioso: c’è un piccolo e gradevole ristorante a Manhattan che si chiama Chez Josephine ed è gestito da due dei suoi dodici figli adottivi.

*     *     *

Ho citato il testo poetico della sua canzone J’ai deux amours perché non è solo la testimonianza di una persona. È sempre accaduto a tanti di appartenere, in qualche modo, a più di una cultura. Per obbligo, fuga, costrizione, violenza. O per libera scelta. Oggi à una condizione sempre più diffusa. Disagio per chi la subisce. Risorsa per chi ha la possibilità (e il desiderio) di capirne il valore.

*     *     *

È una storia molto diversa da quella di tanti arroganti personaggi di casa nostra che, per il fatto di essere noti come comici o cantanti, si sentono autorizzati a “farci la predica”. O, perché diventati in qualche modo “famosi”, si illudono di potersi mettere in cattedra – o di meritare un ruolo nel governo, in parlamento, negli apparati burocratici o in altre posizioni di “autorità”.

Meglio, molto meglio, una donna intelligente capace di dedicarsi a seri impegni di civiltà senza far finta di essere diventata un’altra e senza smettere di ridere insieme a noi sul malizioso personaggio vestito di banane.

Ci sono donne altrettanto consapevoli e impegnate, concrete e attive, in giro per il mondo e anche in Italia? Ne sono sicuro – e credo che siano tante. Meritano grande rispetto e simpatia. Specialmente quelle che non amano il fracasso e le vanterie, non sono “famose” e non hanno voglia di diventarlo.


Baker
Josephine Baker in uno dei suoi tanti atteggiamenti
diversi dalla danza con le banane



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