labirinto
Il filo di Arianna


giugno 2001



Quando l’arraffo
è autolesionismo

Dietro la cortina fumosa delle apparenze... su tutto ciò che riguarda l’internet c’è di nuovo scetticismo, fastidio, perplessità. Una specie di malcelato sollievo, un desiderio di business as usual, di adagiarsi nelle abitudini, nei concetti e nei metodi conosciuti. Un sogghigno di soddisfazione quando la cosiddetta new economy traballa, quando un’impresa che prometteva mari e monti non paga le fatture, quando soluzioni “miracolose” finiscono nel cestino degli scarti.

In una recente intervista Lou Gernster, presidente dell’Ibm, è stato molto esplicito. «L’avevo detto che erano falene nella tempesta». Peccato che quasi nessuno l’avesse ascoltato; e che anche la sua impresa avesse fatto promesse miracolose sull’e-business che non è in grado di mantenere. Su Wired del giugno 2001 Andy Grove, presidente dell’Intel, ribadisce la sua fiducia nel futuro dell’internet ma condanna senza mezzi termini gli errori e i fallimenti delle dot com e i falsi valori della cosiddetta new economy. Peccato che la sua azienda si fosse alleata con la Microsoft per “forzare” il mercato verso soluzioni inutilmente complesse e costose... e avesse diffuso panzane come quella che per accedere all’internet ci voglia uno dei suoi processori più potenti.

Nonostante la confusione, i dubbi e i mormorii... la rete è viva e vitale. Continua a crescere. Il problema è che molti “operatori del settore” hanno fatto, e continuano a fare, tutto il possibile per metterla in crisi. Non ci riescono – ma l’inquinamento che producono è preoccupante. Non si tratta solo dei molteplici arrembaggi di “nuovi arrivati” con proposte frettolose quanto inutili, confuse e mal funzionanti. Si tratta anche di presenze “storiche” che, nell’angosciosa ricerca di denaro subito e a tutti i costi, stanno distruggendo quelle qualità su cui si era basato il loro successo iniziale.

Un esempio è quello dei grandi repertori o “motori di ricerca”. Che avessero problemi crescenti a gestire una massa sempre più estesa di informazioni era ovvio. Ma c’è di peggio. La loro qualità sta degenerando anche per un altro motivo. Nella fretta di raggranellare denaro per giustificare le loro azzardate previsioni di bilancio stanno facendo un po’ di tutto; compreso vendere le graduatorie. E infiltrare le informazioni con automatismi di offerta commerciale che spesso producono effetti grotteschi. Il risultato è evidente: una caduta di qualità – in alcuni fastidiosa, in altri catastrofica.

Mentre i “motori” tradizionalmente forti si affannavano a diventare “portali”, cioè farraginosi caravanserragli in cui c’è di tutto e non si trova nulla... si affacciava un nuovo concorrente che ora li sta sbaragliando. Si chiama Google. Non è perfetto, non è infallibile, non è una soluzione miracolosa. Ma ha una struttura semplice e chiara, un sistema di rilevazione e segnalazione molto più efficiente degli altri. Soprattutto sembra libero da inquinamenti. Dichiara che «non vende posizioni nell’analisi dei risultati (nessuno può comprare una posizione privilegiata)» e si impegna a offrire integrity – cioè un servizio onesto. Cosa che la maggior parte dei suoi concorrenti non promette e non fa.

Se i fatti continueranno a confermare la sua superiorità – e se resterà fedele ai principi dichiarati di correttezza e trasparenza – non solo Google continuerà a guadagnare terreno ma i suoi concorrenti si troveranno in crescente difficoltà. La loro frettolosa ricerca di “facili guadagni” sta sempre più inquinando la qualità dei loro servizi. Se e quando nel confuso mercato delle attività online ci sarà maturità e chiarezza, sarà sempre meno ragionevole usare o sovvenzionare risorse inquinate e perciò scadenti.

Questo è solo uno degli esempi più vistosi. Ovviamente non si tratta solo dei “motori di ricerca”; le stesse cose accadono in molte altre attività. Ci sono, per fortuna, servizi online capaci di offrire qualità migliore – con quell’efficienza, trasparenza e onestà che troppi dimenticano o trascurano. Dobbiamo augurarci che prevalgano in modo sempre più chiaro. Per avere finalmente un mercato basato sui valori – non sulle apparenze e sugli inganni.



Giancarlo Livraghi     gian@gandalf.it





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